Si dice sempre che la Sicilia ha una vocazione turistica. È un refrain che sento da quando sono nato. Io stesso insegno Economia aziendale in un corso di laurea in Scienze del Turismo, presso il polo didattico di Trapani. Continuerò a farlo anche l’anno prossimo, poi affiderò ad altri questo ingrato compito. Non è solo perché si tratta di un compito aggiuntivo rispetto a quello istituzionale ed è più corretto che altri colleghi, magari più giovani, investano in segmenti di didattica paralleli rispetto al core business del Dipartimento.

Un altro motivo, su cui riflettevo in questi giorni, è che – non voglio girarci troppo intorno – semplicemente comincio a non crederci più. Beninteso, i colleghi che hanno creduto e che credono in questo progetto sono validissimi da un punto di vista intrinseco. In “Economia”, considerando tale sia la vecchia “Facoltà” prima della riforma, sia il “Dipartimento” in tempi più recenti, si sono investite notevoli risorse da molti anni, con la partecipazione qualificatissima di studiosi di ambito aziendale, quantitativo-statistico, giuridico, economico, e con la partecipazione altrettanto qualificata di insegnamenti di ambito storico-sociale. La laurea magistrale in “Hospitality Management”, in collaborazione con un’Università della Florida, è davvero un fiore all’occhiello e quanto di meglio ci sia forse in tutto il Paese.

Ma il problema non siamo noi, che facciamo quello che possiamo, e anche molto di più, bensì il contesto economico e sociale di riferimento.

Questo grande investimento formativo parte da un postulato: la Sicilia è naturalmente vocata ad essere terra di turismo, e il management delle imprese turistiche presuppone competenze avanzate e differenziate. La Sicilia, in potenza, ha tutto: natura e cultura. Abbiamo le nevi dell’Etna e spiagge subtropicali, abbiamo peculiarità culinarie uniche al mondo e potenzialità di accoglienza tutto l’anno. Abbiamo soprattutto la maggior concentrazione di beni culturali al mondo. È stato detto correttamente che “beni culturali” e “turismo” in realtà sono lo stesso ambito di politica “regionale”, da gestire quindi in modo unitario.

E allora?

E allora, nonostante tutto ciò, credo che oggi non ci siano più le condizioni per puntare in modo decente su questo promettente settore dell’economia, nonostante tutto, nonostante i vantaggi strutturali da cui partiamo.

Stamattina, con la coda dell’occhio, vedevo un servizio TV sulla provincia olandese di Groninga (Groningen in olandese). Un altro mondo… Dove la differenza tra paesi sfruttatori e paesi sfruttati non poteva essere più chiara. E noi, noi Siciliani intendo, non stiamo dalla parte giusta.

Non hanno niente di particolare a Groninga: una vecchia fortezza di fine ‘500, quando cacciarono Filippo II di Spagna, una maestosa università di qualche decennio dopo (chissà se fossero rimasti una dipendenza spagnola…), tanti bei canali… Ma si vede a colpo d’occhio, che è una provincia di un paese libero, bello o brutto che sia, ma libero, da molti secoli, forse con la sola interruzione napoleonica e della breve occupazione tedesca.

Torniamo in Sicilia.

In Sicilia è impossibile accogliere decentemente chicchessia, e non è possibile neanche nascondere le vergogne ormai alla luce del sole. Qua, per dirla in una parola, non funziona più nulla. La P.A. si è completamente inceppata, e penso che paesi “emergenti” (ma quand’è che finiscono di emergere?), come il Bangladesh o qualche ridente paese africano, tra poco ci supereranno in curva.

Gli ultimi dati ISTAT ci dicono che la povertà assoluta e relativa in Sicilia sono in crescita lineare, come in tutto il Mezzogiorno. L’Italia, come “Paese”, ha ormai clamorosamente fallito la missione “unificatrice” sulla quale si era costituita, e che ne giustificava l’esistenza. L’Italia, in questo senso, è soltanto un cadavere, un cadavere insepolto che tutti fanno finta, per ipocrisia, che sia ancora in vita.

Può una “Regione” che lo Stato considera nemica, al punto da farla impoverire sempre più, sperare di innescare processi autonomi di propulsione economica, quando non ha neanche un governo regionale autonomo, ma solo una schiera di “yesmen” che vanno a Roma con la schiena curva e il cappello in mano?

Ma non è solo questo che impedisce al turismo di decollare.

Anzi, se fossimo poveri, ma trovassimo nel turismo un volano di sviluppo, la spirale della povertà potrebbe forse essere interrotta.

Ci sono altri “macigni” che impediscono al settore di decollare.

Provo ad elencarli brevemente:

Trasporti;

Strade;

Raccolta rifiuti;

Smaltimento acque reflue;

Tutela del paesaggio e lotta all’abusivismo.

 

Sotto tutti questi cinque punti di vista la Sicilia “non ha” le carte in regola. Anzi, per dirla tutta, quella di oggi è semplicemente impresentabile, non paragonabile neanche lontanamente persino a quella di venti o trent’anni fa.

 

I trasporti tra la Sicilia e il Mondo si fanno con navi veloci ed aerei. La Sicilia è un’isola, e l’insularità, se ben sfruttata, può dare dei vantaggi. L’Italia, di cui purtroppo facciamo parte, ha invece favorito una “provincializzazione” della Sicilia, costringendo – per raggiungerla – al passaggio dai grandi aeroporti di Roma e Milano. Questo, in ultimo, allunga le distanze e rende la Sicilia più lontana dal resto del mondo. Impedisce al turismo siciliano di fare concorrenza a quello italiano, ciò che è poi il vero obiettivo di politica industriale del Governo del paese che ci colonizza, ci costringe ad un mercato di nicchia. In questo senso la follia (ambientale, geologica, economica, logistica) del “Ponte”, non farebbe che aggravare la situazione. Se si punta, per l’accesso alla Sicilia, a quell’imbuto che sarebbe il ponte, il trasporto aero-navale ne risulterebbe immediatamente mortificato, e questo porterebbe ad un allungamento, non solo della Penisola, ma della distanza della Sicilia dal resto del mondo. In uno slogan: Napoli e Roma sarebbero un filino più vicine, ma il resto del mondo sarebbe definitivamente più lontano. Di fatto saremmo condannati ad una marginalità peninsulare dalla quale non potremmo mai più riprenderci, una Calabria al cubo, con i problemi della Calabria elevati a potenza. Anche i trasporti ferroviari o le linee di trasporto su gomma interne sono abbandonati al loro destino. Non ci sono soldi, non ci sono investimenti, non c’è nulla. E non c’è speranza a breve che ci sia nulla. Se un turista viene a Palermo, ha difficoltà persino ad andare a Cefalù. Non dico che girare la Sicilia gli viene difficile come ai tempi dei Grand Tour alla Goethe, ma non è che si siano fatti molti progressi… Il trasporto semi-veloce (neanche pensiamo all’alta velocità) in Sicilia semplicemente non è previsto. All’Italia non interessa, la Regione non ha i soldi. Discorso chiuso. Requiem per il turismo.

 

I trasporti poi non possono che fondarsi su una rete stradale interna degna di questo nome. Ora, non solo questa non esiste più, limitandosi alla rete ormai in rovina e continuamente “arripizzata”, di strade statali e provinciali su cui non si mette seriamente mano dai remoti anni ’80. Ora vanno in malora persino le reti stradali urbane. Sembra la caduta dell’Impero Romano, quando nessuno manuteneva più le strade e si potevano percorrere solo quelle che spontaneamente non erano andate in rovina. Siccome ad ogni danno, in genere, segue una beffa, da noi la beffa è rappresentata da un “Sottosegratario di Stato al Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibile” con Draghi, già con Conte “Viceministro delle Infrastrutture e dei trasporti”, nella persona di Giancarlo Cancelleri, esponente di primo piano del Movimento 5 Stelle, già candidato alla Presidenza della Regione un paio di volte. Quello stesso movimento che, alle ultime elezioni politiche, in Sicilia ha preso il 100% dei collegi uninominali, premia così la scarsa maturità dei nostri elettori. Lui si è sistemato, da sottosegretario, promettendoci il mitico “ponte”, mentre l’Autostrada Palermo-Catania, la principale arteria dell’Isola, continua ad essere una gimkana di restrizioni.

Mentre si favoleggia di “alta velocità” e di “collegamenti stabili” tra Sicilia e Continente (di cui nessuno sente il bisogno), nel cuore della Capitale dell’Isola i due ponti che attraversano la vallata del Fiume Oreto vanno in rovina, sono letteralmente prossimi a crollare. Il traffico impazzisce, le attività economiche vanno in trombosi. Ma il Comune nulla può fare. Ancora non c’è una buona rete metropolitana, il Comune è praticamente fallito, dopo quasi mezzo secolo di politiche “orlandiane”, e non riesce neanche a garantire servizi elementari come la sepoltura. Vogliamo parlare della manutenzione delle strade, dei siti,….? Stendiamo un velo pietoso. Marciapiedi sconnessi da decenni, costruzioni abbandonate e spettrali (chi non ha visto a Palermo da non so più quanti anni, quello scheletro immane, ad esempio, di Via del Tiro a Segno, di cui NESSUNO si occupa). Dappertutto è abbandono, degrado, squallore. Ma che turismo vogliamo fare?

 

Eppure un tempo non era così. Un tempo non troppo lontano. Cartoline degli anni ’70 o anche i nostri ricordi di bambini, ci consegnano una Sicilia ancora ordinata e pulita. Già, pulita,… A proposito… Vogliamo parlare di immondizia? Ormai è sfuggita al controllo. Nonostante progressi indubbi nella raccolta differenziata, la sporcizia è dovunque. Nelle grandi metropoli i sacchetti sono dovunque, e dove non ci sono sacchetti ci sono rifiuti di ogni genere. Nelle campagne, nelle spiagge. Sacchetti abbandonati da generazioni, forchettine di plastica, bottigliette “monouso”, e ora, immancabili, anche le mascherine… E dove non ci sono rifiuti artificiali, ci sono quelli naturali. Basta farsi un giro per le borgate, ma forse anche in centro, per trovare defecazioni canine, o tombini otturati da foglie non raccolte da stagioni intere. Non voglio fare l’eziologia di questo collasso. Ma certo parlare di turismo in queste condizioni… Qualche anno fa, venendo un collega dall’estero, mi inventai uno sciopero dei netturbini. Da allora non ho invitato più nessuno. Non posso.

 

E ai rifiuti solidi fanno pendant quelli liquidi. In Sicilia i villini scaricano direttamente a mare, a pochi metri dalla battigia. Dove si può si fa quel che si vuole. Ognuno fa quel che vuole. Inciviltà? Forse, ma soprattutto mancanza di controlli. Non abbiamo in pratica bandiere blu. Dovremmo essere i primi al mondo. Le nostre spiagge sono piene di discariche, risacche e liquami, per molti chilometri intorno alle maggiori aree metropolitane e non solo. Io, personalmente, ho rinunciato ad andare in spiaggia. Mi fa semplicemente schifo. E vivo nell’Isola del sole e del mare…. E dovrei convincere i turisti a farlo?

 

E per finire lo scempio ambientale. Non mi riferisco alle innocenti verande chiuse. Siamo seri. Mi riferisco alle campagne devastate da maree di costruzioni inutili e abusive che deturpano il paesaggio. Mi riferisco ad amplissimi tratti di spiaggia sottratti sia alla fruizione pubblica, sia al turismo organizzato (quello ad alto valore aggiunto), per dare spazio ad una selva di villini abusivi o semi-abusivi, la cui unica risposta seria dovrebbe essere la ruspa. Quei villini non creano sviluppo, ma sottosviluppo, si appropriano di un bene comune, sono chiusi quasi tutto l’anno. Sono soltanto una vergogna. Non c’è altro da dire. Qualche zona si potrebbe dedicare alla villeggiatura privata, ma fatta con tutti i sacri crismi…. Altre cose, io stesso non saprei da dove cominciare per mettere ordine nel caos edilizio siciliano. Ci vorrebbe forse una dittatura decennale.

 

E poi, su un quadro già di per sé desolante, è arrivata la mannaia del Covid19. Non la voglio fare lunga su questo, ma – in una battuta – non c’è spazio per il turismo di lunga distanza nel mondo del Great Reset. Ci sarà ancora un po’ di folla qua e là, ma il destino, se non cambia la musica, appare segnato. Tra green pass, vaccini, tamponi, mascherina, distanziamento, in una parola siciliana “passò ‘u priju” di viaggiare. Un lungo inverno attende ogni attività turistica, sportiva, di intrattenimento… Chi dice qualcosa di diverso ci prende in giro.

 

Per questo ho gettato la spugna. Non è più tempo di puntare sul turismo. Quanto meno diventa un fronte secondario. Puntiamo sul settore primario, agricoltura, allevamento, pesca e fonti di energia. Su questi si giocano partite importanti. Vedrete.

Per il povero turismo, se abbiamo la forza politica, aggrediamo prima i nodi di cui sopra. La partita si sposta in politica. E la soluzione è sempre la stessa. La Sicilia può vedere la luce solo con uno “Stato di Sicilia”. L’Italia, invece, è solo un veleno che a poco a poco ci ucciderà. Col tricolore dovremmo solo produrre rotoli di carta igienica, altro che metterlo ai balconi (per fortuna sono in pochi a farlo).

 

Nel frattempo, mi perdonino i colleghi, produrre laureati in “Scienze del Turismo”, a me pare un po’ uno spreco.

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