Non vorrei occuparmi ancora di Ponte in linea di principio. Non vorrei farlo perché so che non è una cosa seria. Sapendo che è un tema che evoca quello che psicologicamente si chiama una “fuga”, la comunità politica, quando è a corto di argomenti, lo tira fuori, lasciando che pontisti e antipontisti si scannino tra loro per un po’.

Alla fine (per fortuna) non si fa nulla, ma si spendono soldi in progetti, studi, etc. e nel frattempo il gap infrastrutturale della Sicilia anziché ridursi si allarga.

Il recente dibattito però ha indotto alcuni amici a chiedermi di spiegare una volta per tutte bene perché sono contrario.

Lavoro non molto utile, perché il Ponte non è una convinzione, ma una religione, forse quasi una setta. Chi si è convertito alle capacità messianiche di questo gancio indelebile con il Continente non lo convinci neanche sotto tortura. Ormai ha abboccato. E quando dai un mito si è radicato nel subconscio che ci vuoi fare?

E allora? E allora niente, prendiamo questa come una conversazione tra amici che pensano e che vogliono chiarirsi le idee.

Intanto partiamo da qualche dato di fatto, dati contabili, ai quali sono abituato a ricorrere per deformazione professionale. Chi pensa che mi sono inventato il dato si vada a dare una lettura all’ultimo DEFR della Regione Siciliana. Udite udite!

La spesa pro capite per investimenti è pari:

  • nel centro-nord a 768 euro l’anno;
  • in Italia a 705 euro l’anno;
  • nel Mezzogiorno a 583 euro l’anno;
  • in Sicilia a 483 euro l’anno!

Perché parto da questo dato? Perché in questo dato c’è tutto. La Sicilia non è solo una colonia dell’Italia, ma l’ultima e più reietta delle colonie interne. Dal punto di vista delle infrastrutture un “cittadino” nato in Sicilia è “cittadino” al 62 e qualcosina per cento rispetto a chi ha avuto la “fortuna” di nascere in Tosco-Padania.

Vi fidate ancora di uno Stato che ha permesso impunemente tutto questo? Lo considerate ancora come un padre e non un patrigno? Già basterebbe questo a chiudere il discorso, perché non si dialoga con chi è in malafede sino al midollo. Ultime dichiarazioni (vado a memoria) di esponenti di questo o del passato governo, ma con l’avvertenza che nessuno di tutti quelli che sono preceduti dal 1861 (o dal 1816?) merita maggiore riguardo:

Toninelli: per andare da una parte all’altra della Sicilia ci vogliono 5 ore; le autostrade di Sicilia sono TUTTE (sic!) gestite dal CAS e quindi non funzionano per questo (nessuno gli ha detto mentre era ministro, evidentemente, dello stato della PA-CT, gestita dalla sua ANAS, o forse pensava in buona fede che fosse gestita dal CAS).

De Micheli: stiamo facendo ‘l’alta velocità Palermo-Catania-Messina’ (l’Alta velocità con i tracciati attuali è semplicemente impossibile, forse voleva dire “stiamo rabberciando un po’ la sgangheratissima rete ferroviaria”).

Il livello di consapevolezza e di sensibilità dei Ministri italiani sul tema è questo. Facciamocene una ragione. Siamo nelle mani di nessuno, in pratica.

Lo strumento costituzionale per recuperare il gap infrastrutturale tra Sicilia e Italia esiste: si chiama “Fondo di Solidarietà Nazionale” ed è regolato dall’art. 38 dello Statuto della Regione siciliana.

Da calcoli fatti, rispettando il dettato dello Statuto sulle modalità di calcolo, molto precise, si tratta di una cifra tra i 4 e i 5 miliardi l’anno di spese per investimenti pubblici. Complice la Corte Costituzionale, questo strumento è stato azzerato (meglio: rimesso alla discrezionalità pura e semplice del Governo, anche 1 euro l’anno!). L’ultimo dato che abbiamo trovato sui Conti Pubblici Territoriali, nel quale sono sommate le spese per investimenti di Stato, Regione ed Enti locali, arriva a poco più di 1.200 milioni. Con queste grandezze non si riesce nemmeno a fare manutenzione di quello che c’è. Il Fondo di Solidarietà Nazionale si è nella sostanza interrotto nel 1990 e da allora, forse con qualche eccezione, gli investimenti infrastrutturali in Sicilia si sono semplicemente interrotti. In 30 anni autostrade, strade e ferrovie sono andate in malora. Se i trasporti interni sono in rovina, quelli esterni (porti e aeroporti) o arrancano o hanno fatto qualche progresso (come nel caso del traffico aeroportuale) più per effetto della domanda esterna che non per una qualche forma di attenzione da parte dello Stato, che anzi non ha tenuto in alcun conto la continuità territoriale implicitamente prevista dall’art. 22 dello Statuto (secondo il quale il costo dei trasporti da e per la Sicilia dovrebbe essere co-deciso tra Stato e Regione), ed ha privilegiato sempre gli spostamenti aerei tra Sicilia ed estero facendoli passare sempre per Fiumicino o Malpensa.

Il costo di questa emarginazione, in termini di PIL, è enorme e credo nessuno abbia mai fatto uno studio di quanto ci costa l’insularità trascurata e abbandonata dallo Stato italiano.

Ora veniamo al Ponte. Quanto costa il Ponte? Nessuno lo ha mai capito. Si sa che qualunque preventivo è destinato a protrarsi per anni, ad essere rivalutato gonfiato. Realisticamente avremmo svariati miliardi l’anno non si sa per quanti anni.

In politica è intanto una questione di priorità. Quei miliardi sono quelli del Fondo di Solidarietà Nazionale negato, intanto. Poi non vanno realmente alla Sicilia, ma a qualche grande impresa “manutengola” dello Stato, che magari si sdebiterà pagando la campagna elettorale di questo o quel rappresentante. In Italia si fa così. Si danno una barca di soldi a un’impresa del nord per un’opera che non si sa se e quando vedrà la luce, e nel frattempo mancano le infrastrutture di base, e quindi il sollievo per l’economia locale è “NULLO”. Ma anche se con la bacchetta magica si facesse in un giorno cosa cambierebbe per la disastrata rete infrastrutturale siciliana? NULLA!

Bisognerebbe prima imbarcarsi nelle mulattiere (anzi, siculamente, trazzere), e arrivare a Messina. Poi, arrivati lì, mettersi in coda per pagare il pedaggio (un po’ come oggi per il traghetto, a proposito, secondo voi a chi andrà questo “pedaggio”?), poi guadagnare qualche minuto nell’attraversamento e trovarsi… a Roma? a Milano? a Napoli? No, a Villa San Giovanni, come dire nella Silicon Valley o giù di lì…

Allo stato attuale delle infrastrutture e per i prossimi 50 anni, il “collegamento stabile” non è un realistico collegamento tra Sicilia e Continente (quello continuerebbe più convenientemente per via aerea o navale), ma un meraviglioso collegamento tra la Sicilia e la Calabria. L’economia e la demografia della Calabria non giustifica questo sforzo enorme, più di quanto quella del Galles estremo non giustifichi un collegamento stabile con l’Irlanda (che infatti non ne sente il minimo bisogno). A questo punto perché non facciamo un mega-ponte fra Trapani e Favignana, vuoi mettere?

Una volta che c’è il Ponte, però, la logistica verrebbe piegata a questa infrastruttura per non farla andare in perdita. Tutti i collegamenti da e per la Sicilia sarebbero forzati dal piccolo imbuto, con un’ulteriore marginalizzazione della Sicilia. Costringendo la Sicilia a passare da Roma per poi andare dovunque nel mondo, si mortificano i collegamenti aerei, e la Sicilia diventa più lontana dagli altri paesi del Mediterraneo di quanto non sia oggi.

Naturalmente questo modello logistico, da sempre sognato in Italia, uccide l’idea della Sicilia come paese a sé (era un sogno anche di Mussolini, e non è un caso che piaccia persino ai neo-borbonici, perché tutto ciò che annienta la Sicilia per loro “risolve un problema”). Si faccia la metafora del cuore.

Senza ponte, la Sicilia logisticamente è un piccolo corpo, con un suo cuore, che poi si relaziona con il resto del mondo, come accade a tutti gli stati e regioni insulari del mondo. Con il ponte, viene estirpato il cuore, si mette in cambio una grossa “arteria” che irrora il sangue da un altro organismo, dal quale poi si dipenderà per sempre. A quel punto possiamo spostare il Capoluogo a Reggio Calabria, perché il cuore della Sicilia ormai sarà là.

I costi di trasporto non diminuiscono, perché il ponte dovrà ripagarsi con i pedaggi.

I tempi di trasporto diminuiscono in maniera irrilevante, perché l’entrata nel Ponte non prenderà meno tempo dell’imbarco.

Ci sono poi altri problemi insormontabili.

Dal punto di vista ecologico e ambientale si sfregia per sempre un ambiente naturale cantato sin dai tempi di Omero.

Dal punto di vista economico e logistico, la Città di Messina, oggi “Porta della Sicilia” o trova un’altra vocazione, o chiude i battenti.

Dal punto di vista della sicurezza, in caso di attacco terroristico o di guerra, stiamo mettendo un interruttore della vita economica della Sicilia nelle mani del primo commando che abbia questa pensata.

Dal punto di vista geologico la Sicilia si allontana (per fortuna) di alcuni millimetri l’anno dall’Italia. La storia di Messina è contraddistinta da una serie continua di terremoti e inondazioni. Scilla e Cariddi non sono solo uno Stretto, sono una faglia sismica tra due zolle continentali. Il rischio è che, 20 anni dopo, del Ponte resti solo un immenso e orribile rudere tra le acque.

Ma la ragione decisiva, anche se ce ne sarebbe abbastanza per accantonare questa follia, è un’altra.

Con il “collegamento stabile” la Sicilia perde, simbolicamente e giuridicamente, la condizione di ISOLA! ESSERE ISOLA SENZA ESSERE STATO PUÒ ESSERE UNO SVANTAGGIO, MA ESSERE LA PENISOLA ESTREMA PUÒ ESSERE ANCHE PEGGIO.

Il mondo è pieno di Isole-Stato prospere e felici, e anche di Regioni insulari autonome, benestanti e rispettate. Siamo sicuri che questa perdita sia vantaggiosa?

Abbiamo già la Calabria di fronte per fare un confronto. Vogliamo diventare un’enorme (e peggiore) Calabria? Siamo così sicuri che questo sia il sole dell’avvenire?

L’insularità è anche parte della nostra identità, della nostra storia, del nostro essere. Siamo sicuri che sbarazzarcene così alla leggera sia un bene? Io vorrei lasciare ai miei discendenti una Sicilia riconoscibile.

La Sicilia come “Patria” sparisce con il Ponte. La posta in gioco potrebbe essere anche questa. Un’unica conurbazione Messina-Reggio è di fatto impossibile anche con il Ponte, ma – per un attimo – pensiamola come cosa possibile. Che cosa sarebbe questa città? Sarebbe ancora una città siciliana? No. E finisce così? Dopo millenni di storia? Ma siamo pazzi?

E perché poi? Per fare arricchire Impregilo?

Ma anche giuridicamente… Cade l’insularità difesa sulla carta dall’art 174 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Cade la perifericità, e con essa la possibilità di attuare integralmente lo Statuto della Regione Siciliana.

Diciamo la verità: chi vuole il Ponte è un nemico della Sicilia!

Ultima chiosa: e il tunnel?

Devo essere onesto. La maggior parte delle obiezioni (non l’ultima né la prima) con il tunnel cadono. Non c’è devastazione ambientale, né integrazione “fisica e simbolica” con il Continente (più di quanto non ci sia stata con l’Eurotunnel per la Gran Bretagna). Dal punto di vista geologico e della sicurezza saremmo messi meglio, e forse costa anche meno (il che è negativo per la speculazione italiana).

Però, però,… non tornano comunque i conti con l’analisi costi-benefici. Quando la rete infrastrutturale siciliana sarà decente, forse…. se ne può parlare, e a condizione che ci sia veramente l’alta velocità da Trapani all’Europa. Ma dopo, non ora.

E poi, se la Sicilia fosse al sicuro, come Stato indipendente, o con uno Statuto, almeno, pienamente attuato e incontestato, non ora, dando uno strumento formidabile a chi ci vuole trasformare nella seconda Calabria, e quindi, ancora una volta, forse dopo, non certo ora.

E questo è tutto, amici, ma – detto questo – non mi do cura più di tanto del gossip del giorno.

Sono solo chiacchiere di fine estate. I problemi della Sicilia, purtroppo, sono altri.

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