Il Comune di Palermo “finalmente” in pre-dissesto ufficiale. Nella realtà è da anni che Orlando nasconde la polvere sotto il tappeto.

La sua parabola quarantennale volge ormai al termine: arrivò giovane consigliere comunale nel 1980, rapidamente assessore di Elda Pucci nel 1982 (ma pare si comportasse da sìnnacu già allora), poi sindaco dal 1985 e, con qualche interruzione fisiologica, da allora sempre in carica.

Trovò una Palermo appena uscita dal sacco edilizio mafioso, resa ingovernabile dalle lotte di potere interne alla vecchia DC, ma – nonostante ciò – ancora relativamente in ordine, per i tempi, e con un tessuto produttivo e una rete di istituzioni da piccola capitale, un po’ decaduta, ma ancora vitale. La lascia con un cumulo di macerie, morali e materiali: la debole primavera è diventata precocemente estate, poi un lungo autunno e infine un durissimo inverno.

Palermo oggi ha un tessuto produttivo quasi del tutto disarticolato, le istituzioni regionali, un tempo prestigiose, nella polvere e nella vergogna. La rete infrastrutturale va avanti sì, ma a passo di formica, troppo tardi eimpreparata al grande reset pandemico che dappertutto promette ritirata e dismissioni, altro che investimenti…. È come se fossimo giunti già devastati alla caduta dell’Impero Romano.

La viabilità, il decoro urbano, la raccolta dei rifiuti, il trasporto pubblico sono in malora. Nessuna “inciviltà” giustifica l’assenza del servizio pubblico, il venir meno alle sue funzioni elementari. E ci si dimentica che la “civiltà”, cioè l’essere “cives”, cittadini, nasce dal rispetto reciproco, dal senso di appartenenza a una comunità la cui responsabilità ricade in ultimo su chi governa la città. Il turismo, fra poco, impraticabile, nonostante le grandi ricchezze di una delle più grandi città d’arte del mondo, nulla da invidiare a Firenze, che giacciono abbandonate e non valorizzate. Per il turismo si preannuncia una lunga notte, le rendite dell’aristocrazia agricola e fondiaria appartengono al trapassato remoto, l’industria non è mai veramente decollata, commercio e servizi vivacchiano, schiacciati ora dalla globalizzazione. Ci sono testimonianze imprenditoriali, culturali e artistiche di spicco, ma sono fiori nel deserto, belli nella loro unicità, in una parola non fanno tessuto. Le buone prove che fa l’Università, una delle poche istituzioni a non essere ancora stata fagocitata dall’Italia o avvilita come la Regione, hanno qualcosa quasi di incredibile. Auguri a Midiri, anzi, ne ha bisogno.

La città, nel frattempo, si dice che sia diventata “multi-etnica”, e di questo il sindaco del degrado ne ha fatto una battaglia ideologica, a tratti arrogante ed aberrante. È vera gloria? Io stenderei un velo pietoso, un velo pietoso su una città che perde la propria identità senza acquistarne altre, che non integra se non alcune mirate comunità, ma abbandona al malaffare e al degrado anonimo e cosmopolita intere aree del proprio centro.

Ma – non vi stupite – ora sarebbe sbagliato prendersela con il gran califfo morente e in fuga. Lascia una città al dissesto, nella polvere e nel degrado, ma il peggio è davvero passato?

Il peggio non è passato perché il dissesto di Palermo ha radici lontane, che affondano nella irrisolta Questione Finanziaria Siciliana. Il 5 Stelle, per gratitudine nei confronti di chi gli ha dato fiducia in Sicilia, e sono tanti, non ha mosso un dito in questa legislatura per riparare ai tanti soprusi che la Regione ha subito e che denunciava dall’opposizione, non parla mai di Sicilia e, quando lo fa, come la fatua opposizione all’ARS di Sunseri, è per lanciare una gratuita campagna di fango contro la Regione, affamata dallo Stato e insultata per gli “sprechi nelle partecipate”. No comment.

L’Europa ruba allo Stato, questo alla Regione, quest’ultima ai Comuni, a tutti i Comuni, i quali a loro volta non sanno più con chi prendersela. Sembra la fiscalità dell’impero bizantino o del tardo impero romano, e invece è la Sicilia di oggi. Se domani mi fanno sindaco, io stesso che scrivo non potrei far nulla, se non il curatore fallimentare.

E poi c’è la contraddizione politica: con l’attuale legge elettorale, anche in presenza di molte astensioni, basta qualche pacco della spesa nelle periferie, una dozzina di liste e un sindaco impresentabile, tipo quelli che hanno inframmezzato di tanto in tanto l’eterno Orlando, capaci di essere ancora peggiori di lui (il che non era affatto facile), per candidarsi e raccogliere facilmente le spoglie di quella che fu la capitale siciliana.

Avevo una speranza; ce l’ho ancora. Una candidatura civica. Avevo sperato molto in Patrizia Di Dio, una voce fresca e autorevole, capace di ripartire dalla Palermo che produce, con un bel benservito ai disastri dei partiti italiani. Ma pare abbia ambizioni e progetti diversi.

Riuscirà qualcuno a raccogliere questo testimone e quanto meno a sfidare seriamente i ras delle borgate e del degrado urbano?

Non c’è più tempo per le domande, aspettiamo solo le risposte.

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