La Procura della Corte dei Conti ha impugnato il già travagliatissimo Rendiconto del 2019, dopo che la Corte dei conti, sia pure con alcune raccomandazioni, lo aveva parificato.

Rilevo che, se non sbaglio, una cosa del genere non era mai accaduta prima d’ora. C’è qualcosa che mi sfugge, ma forse dovrei andare oltre alle fonti giornalistiche per chiarirla. Se “sopra” la Corte dei Conti Regionale in Sicilia abbiamo la sezione staccata d’appello della Corte dei Conti centrale per la Regione Siciliana, non dovrebbe essere questa competente? Che c’entrano le “sezioni riunite”? Che ce l’abbiamo a fare questa autonomia riconosciuta di avere organi giurisdizionali di massimo livello se poi le cause vanno comunque a Roma? Ma lasciamo da parte per un attimo questa questione puramente procedurale.

 

Probabilmente la Procura ha ragione nel merito. La Regione sottostima la parte dei crediti di dubbia esigibilità (o se vogliamo sovrastima l’esigibilità delle proprie entrate), ma – sia chiaro – lo fa perché altrimenti non riesce a chiudere i bilanci e i rendiconti. Da quando Crocetta & Musumeci hanno regalato ulteriori risorse allo Stato, oltre a quelle che sottraeva già illegalmente, mantenendo però i servizi a carico della collettività, i bilanci non si chiudono più. E quindi si cerca di chiuderli con lo scotch, con colpettini di qua e di là. Naturale che una Procura molto scrupolosa se ne accorga e si metta di traverso.

Ma la novità è che questa volta non è Procura contro Regione, ma Procura contro Corte dei Conti. La Magistratura contabile siciliana è spaventosamente divisa al suo interno: la magistratura giudicante, sia pure con qualche buffetto, parifica, la magistratura inquirente non approva e ricorre. Vi pare normale tutto ciò? A me no. Del resto non accade in nessuna regione d’Italia, e non è mai accaduto neanche in Sicilia, almeno che io sappia. E delle due l’una: o ha ragione la Procura, o ha ragione la Corte. Escludo che possa esistere una “doppia verità” in cui abbiano ragione entrambi.

Il vero fatto è che ormai i conti della Regione sono completamente fuori controllo, e la Trojka interna (cioè il Governo della Repubblica), che è il vero, ultimo responsabile di questo dissesto, “fischietta” e minimizza, quasi si trattasse di un problema locale. E meno male che c’è Draghi al Governo. Con tutta la sua esperienza non si accorge che i conti di Regione e Comuni siciliani non solo non possono mai quadrare, ma non possono più neanche sopportare alcun ulteriore taglio. Come intendono risolvere la questione?

E come fa a parlare l’attuale Vicepresidente e Assessore all’Economia della Regione di un balzo in avanti del nostro PIL che in breve dovrebbe saltare da meno di 80 a circa 100 miliardi l’anno? La Sicilia “Tigre del Mediterraneo”? Ma che film sta vedendo l’assessore Armao? Non so, forse sono io che non capisco.

Nel frattempo l’Assemblea non ha finito di votare il Rendiconto, e che fa? Dovrebbe bloccarsi, convocare in audizione i magistrati contabili e capire il da farsi. Se approva un Rendiconto che poi viene “sparificato” dalle sezioni riunite della Corte dei Conti che succede? E come fa la Regione, in spregio al principio di continuità dei valori della ragioneria, ad approvare un preventivo se i dati del consuntivo non sono ancora certificati? E se cade il consuntivo 2019 (siamo ancora impantanati su questo), non dovrebbe cadere anche il preventivo 20-22, quello 21-23 e bloccarsi anche il prossimo in corso di elaborazione? E se non abbiamo più documenti di programmazione come possiamo allocare le (magre) risorse del PNRR?

Ormai la situazione della Sicilia è troppo drammatica per essere risolta con le leggi vigenti, questa è la realtà.

Il disavanzo farlocco, appostato nel 2015 con la cancellazione indebita di tutti i crediti verso lo Stato, ci sta letteralmente portando al cimitero.

Prima ancora di parlare di attuazione dello Statuto (ma si può attuare una cosa mai attuata dal 1946?) in materia finanziaria URGE azzerare questo disavanzo con un colpo di spugna! Non c’è alcun debito dietro di esso: semplicemente stiamo ripagando allo Stato un nostro “credito” (no, non ho sbagliato, proprio così, stiamo pagando un credito e non un debito), dopo averglielo abbonato. Solo un popolo di babbei sarebbe disposto a tagliarsi un piede per uno stato che già gli ha tagliato l’altro. Ma la situazione della Sicilia è questa.

Non ci sono strumenti istituzionali “normali” per superare l’impasse. Tecnicamente dovrebbe cadere il Governo e, ai sensi dell’art. 8, si dovrebbe commissariare la Regione. Ma l’istituto del Commissariamento è troppo provvisorio. Esso presuppone intanto una buona fede dei nominati dallo Stato, che è tutt’altro che sicura, ma soprattutto dura soltanto una campagna elettorale. Dopo la quale un nuovo Presidente si trova di nuovo con i conti depredati e ipotecati dallo Stato e l’impossibilità di erogare servizi pubblici essenziali ai cittadini.

La classe politica di feudatari e colonialisti ha condotto la Sicilia al suicidio e, invece di pensare a far valere le proprie ragioni, non sa fare altro che offrire il buffet e dedicare lastre ai tiranni dell’altro ieri (i Borboni), dai quali abbiamo tentato di liberarci per 45 anni con il fucile in mano e che sono in ultimo nient’altro che l’anticamera della tragedia che abbiamo vissuto subito dopo. Forse lo fanno perché sanno che la loro storia di ascari comincia proprio là, in quella catastrofe del 1816, quando la Sicilia viene depredata del proprio secolare Stato.

Ma, tornando ad oggi, in assenza di una offerta indipendentista (che però deve essere soddisfatta dalla “domanda” elettorale), non c’è proprio nulla di buono da sperare.

Mettiamocelo in testa: dentro l’Italia la Sicilia non potrà mai garantire alcun servizio pubblico regolare. E l’effetto più visibile di questa rapina è il dissesto nella raccolta dei rifiuti. Finiremo colmati dal degrado e dai rifiuti, che alla fine distruggeranno a loro volta il turismo, rendendoci ancor più poveri e schiavi.

Volete una nota d’ottimismo finale? Non riesco a darvela, mi spiace. La Sicilia è contemporaneamente sotto colonialismo e sotto dittatura (questo è oggi l’Italia). Ci manca solo una guerra esterna. O forse solo una guerra esterna potrebbe salvarci.

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