Il presente articolo è un po’… per addetti ai lavori. Ma voglio ugualmente lasciare traccia di un tema molto importante per i nostri destini.

In realtà non è altro che la mia lettera di dimissioni da un gruppo di lavoro pubblico regionale nel quale ero stato inserito tempo fa per contribuire a stendere una legge regionale sulla contabilità. I suoi contenuti credo siano di interesse pubblico e non faccio nulla di male, credo, a divulgarne il contenuto.

Un breve antefatto.

La Contabilità pubblica è stata riformata in tutta Italia con un decreto delegato del 2011 (il n.118), che in realtà si è applicato solo alcuni anni dopo, nel 2015. Il decreto delegato attuava alcune due leggi delega del 2009, la più importante delle quali era la legge 196, di poco successiva all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

Questa legge conteneva alcuni elementi di vera modernizzazione in un campo sino ad allora caratterizzato da una grande frammentarietà e non pochi punti controversi. Però, quella stessa legge, e ancor più il Decreto 118, sono frutto dei tempi: è la legge della fase dell’austerità, della contabilità “europea”. Ma non voglio parlare di quella legge oggi. Se non per una cosa.

Il suo decreto delegato (il 118), sapendo di andare ad impattare sulle competenze delle autonomie speciali, aveva previsto in un articolo, il n. 79, che in queste si sarebbe applicato secondo quanto disposto dai decreti attuativi.

La Regione Siciliana ha dato il peggio di sé. Non ha atteso il decreto attuativo per attuare la riforma. Il decreto poi, emanato solo nel 2019, è un disastro. Anziché specificare i punti in cui la Contabilità della Regione si deve distinguere da quella comune, ha fatto un semplicissimo recepimento a babbo morto della normativa dello Stato, con alcune postille del tutto secondarie, e con l’introduzione di un inutile collegio dei revisori, per un ente che, sovrano come è, dovrebbe essere soggetto solo al controllo della Corte dei Conti.

A valle di questo decreto la Regione è chiamata ad emanare una legge di contabilità. Per effetto di alcuni che avevo scritto in materia sono stato inserito in una Commissione apposita. Mi sono stati attribuiti due compiti. Il primo era quello di specificare meglio tutta la parte della contabilità economica. Ciò per cui ho prodotto un documento, con molta fatica per i miei impegni.

Il secondo compito, il più importante, era quello di regolare il tema scottante dei residui e dei disavanzi; quello da cui dipende il nostro futuro. E lì mi sono reso conto di non avere tempo a sufficienza, almeno in questo momento, per portare a termine questo compito.

Però, dimettendomi, ho voluto affidare a una lettera le linee-guida di quella che secondo me sarebbe la soluzione al problema. Non prevedo che il mio lavoro abbia un seguito in questo contesto, e proprio per questo non voglio che resti sepolto in una mail privata.

Per chi mastica un po’ di contabilità pubblica, buona lettura.

Gent.mi colleghi del Gruppo,

devo purtroppo ritirare la mia disponibilità per sopraggiunti impegni professionali che mi renderebbero difficile, per non dire impossibile, una proficua partecipazione ai lavori.

Mi spiace soprattutto perché la parte più importante del lavoro assegnatami, quella relativa alla gestione dei residui e del disavanzo strutturale della Regione, non ha potuto trovare ad oggi realizzazione, essendomi concentrato sino ad ora soprattutto su quanto attiene alla contabilità economico-patrimoniale. Su di essa comunque lascio brevi note con la presente lettera, sperando possano essere un utile spunto di riflessione.

Il modesto lavoro sulla contabilità economica lo lascio comunque al vostro prudente apprezzamento, disponibile per ogni chiarimento che voleste al riguardo. Avrei voluto consegnarlo molto prima, ed ho fatto non pochi sacrifici di tempo per elaborarlo. Per questa ragione sono arrivato alla conclusione di non poter onorare anche gli impegni futuri.

Per quanto riguarda il tema “mancante”, la mia idea è, o era, quella di “volare alto”.

La Sicilia è schiacciata dalla continua formazione di disavanzi cui non sempre corrisponde un reale debito, né numerario, né finanziario, ma una partita puramente contabile. Non intervenire su questo significa condannare la nostra Terra al sottosviluppo o a una catena di debito infinita.

Per spezzare questo circolo vizioso bisogna agire su due fronti, entrata e spesa, e soprattutto bisogna agire su due fonti di formazione del Diritto: decreti attuativi e leggi regionali.

Il decreto attuativo attualmente emanato rappresenta una prima, a mio avviso sommaria e insufficiente, esecuzione del dispositivo dell’art. 79 pensato proprio per le autonomie speciali. Nessuno vieta di elaborarne uno più rispondente alle nostre necessità, e poi agire di conseguenza sul piano legislativo e, dopo ancora, regolamentare.

Ad ogni modo, sul piano delle entrate, il principale “vulnus” è rappresentato dall’erroneo accertamento dei tributi devoluti (anche pro-quota, purtroppo, come disposto dagli ultimi accordi Stato-Regione a mio avviso in aperta violazione del dettato statutario e con danno annuale “miliardario” per la Regione) verso lo Stato e non verso i contribuenti.

Non è vero che questo è ineluttabile. Ai sensi dell’art. 8 del DPR 1074/1965, la Regione, finché non diversamente disposto, non ha rinunciato alle funzioni di accertamento di tributi, ma “si avvale”, per le stesse, degli uffici periferici dello Stato, di cui dovrebbe addirittura contribuire a determinare l’organizzazione. L’Agenzia delle Entrate ha quindi l’obbligo di attenersi a tutte le disposizioni che la Regione volesse emanare, se prende coscienza delle proprie potestà, senza poter ricusare tali ordini. Tra questi, quello di trasmettere le dichiarazioni tributarie di cittadini ed imprese.

La questione non è di puro principio. In tal modo la determinazione del gettito maturato in Sicilia sarebbe più trasparente. Vero è che le dichiarazioni danno il “riscosso” e non il “maturato”. Ma ogni discostamento del secondo dal primo dovrebbe essere metodologicamente giustificato dalla Ragioneria generale dello Stato e non affidato a quantificazioni oscure e, quasi sempre, dannose per le nostre ragioni.

A questo si aggiunga una ragione eminentemente pratica. Lo Stato ha infatti sempre buon gioco (come fatto nella sciagurata estate del 2015) a non considerarsi l’obbligato giuridico principale del tributo e, quindi, proprio per rispetto al D.118/11, a chiedere, e a ottenere, la cancellazione di tutti i residui attivi della Regione per mancati introiti tributari.

In questo modo la Regione è letteralmente alla mercé della volontà dello Stato, il quale può creare OGNI ANNO un nuovo disavanzo, ricusando questo versamento, e quindi facendo annullare i nostri accertamenti e conseguenti residui attivi; disavanzo che poi si paga in lacrime e sangue, e perenne subalternità ai dettami della finanza statale, quasi mai in “leale collaborazione” con le ragioni della Sicilia.

L’art. 79 serviva proprio a questo, e l’attuale decreto attuativo è una occasione perduta (ma recuperabile in futuro), per porre termine a questa contraddizione quasi pirandelliana che ci condanna al disavanzo eterno. Ma, anche senza decreto attuativo esplicito, la legge dovrebbe, già in forza del citato art. 8 del decreto vigente, disporre analoga previsione.

Sul fronte delle spese va detto che la formazione dei disavanzi per annullamento di residui attivi non sempre corrisponde a veri debiti da sanare, ma potrebbe tradursi in assurdi accantonamenti in Tesoreria dello Stato, di cui non beneficerebbe alcuno.

Qua non c’è bisogno di decreto attuativo, ma la Regione, semplicemente in attuazione letterale del D. 118/11, deve semplicemente pretendere che il Disavanzo, compreso quello pluriennale da ripianare, sia pari alla somma algebrica di cassa + residui attivi – residui passivi – FPV. Siccome degli svariati miliardi escludo che ci siano esatte corrispondenze con concreti residui, la parte del disavanzo non corrispondente VA SEMPLICEMENTE AZZERATA!

Il grande disavanzo del 2015, infatti, era relativo a partite incassate iniquamente dallo Stato negli anni al posto nostro, ma il cui mancato gettito era stato già scontato dalla Regione, mediante taglio di servizi, contrazione di debiti, pagamenti, etc. A fronte di quei residui attivi, risalenti, non vi era più, quindi, alcuna spesa viva o quasi cui fare fronte. La loro cancellazione dell’agosto 2015, per ragion di stato diciamo, ha determinato un azzeramento del patrimonio della Regione, anzi la formazione di un deficit, ma NON una formazione di residui passivi da colmare. E siccome nella formula del risultato di amministrazione questi, e solamente questi, vi devono entrare, la parte di disavanzo non corrispondente è un inutile fardello che la Regione, già ora, con legge propria, non solo PUÒ, ma secondo me DEVE cancellare proprio per rispetto al D.118.

Aggiungo solo che, se si vuole invece tornare a metter mano ai decreti attuativi, la materia può essere sanata “tagliando la testa al toro”: in ragione della sua specialità, e in attuazione dell’art. 79, ma anche dell’art. 19 dello Statuto estensivamente interpretato, che vuole che la Sicilia si ispiri alla Contabilità dello Stato, e non a quella delle Regioni a statuto ordinario, almeno “cum grano salis”, non c’è migliore occasione di rivendicare per la Sicilia un regime di “competenza finanziaria pura”, esattamente come quella dello Stato. Ci sarebbero innumerevoli ragioni, di principio e pratiche, e di percorribilità giuridica dell’intervento, che qui non mette conto richiamare.

Detto questo, mi scuso per la lunga lettera cui affido le mie riflessioni, e vi richiamo, ancora una volta, all’opportunità di non creare una legge di recepimento “statico”, in cui si replichino le previsioni della normativa statale, ma di dar vita ad una legge estremamente snella, di recepimento dinamico, intervenendo solo sulle specialità, e – laddove possibile – anticipare la tendenza già in atto di evolvere verso l’adozione di standard di contabilità pubblica internazionale, e quindi privilegiando sin da ora anche la contabilità economica, per evitare battaglie di retroguardia e stanchi inseguimenti di “leggi di recepimento”, che rappresentano le peggiori pagine dell’attività legislativa regionale.

Purtroppo, come detto, non posso continuare assolutamente l’opera intrapresa, ringrazio tutti, in particolare il Dott. Sapienza per il suo ultimo elaborato, e nel rassegnare le mie dimissioni vi auguro buon lavoro.

Cordialmente,

Massimo Costa

 

 

 

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