Gli eventi di questi giorni ci impongono una riflessione. Non è possibile assistere a fenomeni che non si comprendono o assumere atteggiamenti emotivi o da etica dei principi assoluti.

Ringrazio la mia sorte se ho avuto, quando ero molto giovane e avevo molto tempo libero, la fortuna di poter dedicare tante ore della mia vita all’approfondimento generalista delle discipline economiche e sociali, a partire da una base filosofica e storica. E, sia pure tra mille impegni, continuo ad avere un certo spazio anche oggi per questo “ozio”. Non molti oggi hanno questa fortuna. Il sistema educativo, scolastico e universitario, è in lenta ma continua trasformazione, e oggi tende a formare sempre più ignoranti specialisti ed è difficile sia poter elaborare una formazione completa, sia (o soprattutto) anche comunicarla nelle sedi opportune. La “scienza”, con i suoi canali ristretti di pubblicazione, referaggio, etc., ha ristretto anziché allargare i campi di comunicazione. Oggi un Vico, o un Gramsci, o un Keynes, non avrebbero dove scrivere le loro riflessioni, o resterebbero ben nascoste ai più, mentre i premi Nobel si danno in genere a chi è più à la page, e quindi a chi in realtà non dice nulla di realmente nuovo, bensì ciò che l’establishment si attende. Ma torniamo al tema. La premessa è solo per dire che l’interpretazione distaccata dei fenomeni, anche quando non riesce a tradursi in prassi, come nei momenti di crisi, è di per sé soddisfazione, quasi un nutrimento spirituale. Come dice un’inscrizione celebre alla Biblioteca Centrale della Regione Siciliana di Palermo: in adversis perfugium in secundis ornamentum.

Ma di quali fenomeni parliamo oggi? Parliamo della Questione Siciliana nell’era “digitale”. Come è andata a finire una delle più drammatiche questioni rimaste insolute lungo tutta l’era contemporanea?

Quando finii di scrivere la mia “Storia Istituzionale e Politica della Sicilia”, nel 2019, prima della “crisi pandemica” quindi, volli chiudere con una frase di speranza, perché effettivamente la rinascita dell’indipendentismo politico, seppure allora marginale, era già di per sé un segno di speranza, ed altri elementi si sono aggiunti da allora. Ma – detto questo – oggi ci sono meno ragioni per tale ottimismo, molte meno.

I fenomeni sui quali voglio riflettere sono due. E sono connessi tra loro.

 

Il primo è la trasformazione rapidissima della società in atto, di cui il lasciapassare verde obbligatorio per il lavoro è forse il segno più evidente e più grave, ma non l’unico. La gestione della “pandemia” (che non è realmente tale ma che è giusto chiamarla come è ormai storicamente definita) ha condizionato l’attività politica sin dal cd. lockdown, ma, lasciando da parte tutte le “trovate” intermedie (le fasi 1 e 2, il coprifuoco, le mascherine, i colori), andiamo subito all’attualità, cioè all’obbligo vaccinale indiretto, ottenuto mediante il ricatto e la ritorsione a chi “liberamente” non intende sottoporsi tanto alla terapia programmata, quanto e soprattutto al pass con QR, indispensabile per sempre maggiori attività. Cosa c’entra tutto ciò con l’indipendentismo siciliano? C’entra, ovviamente, per tanti motivi. Intanto perché una materia attinente ai diritti umani e alla democrazia non può essere estranea alla Questione Siciliana. Poi perché, in modo apparentemente inspiegabile, c’è un’altissima correlazione tra il mondo del Sicilianismo e quello del Green pass, al punto che militanti e simpatizzanti chiedono risposta al loro mondo di riferimento. Terzo, perché, nonostante ciò, il tema è comunque divisivo: con un’opinione pubblica fortemente manipolata dall’egemonia della versione ufficiale è inevitabile che una frazione di questo mondo anteponga la presunta “tutela della salute collettiva” ai diritti di libertà, e tale anteposizione, vista l’estrema polarizzazione può portare anche alla drammatica fuoriuscita di militanti in formazioni politiche già di per sé assai minoritarie. In una parola, non si può far finta di niente di fronte ad una trasformazione del genere. Il rischio, ignorandola, è quello di condannare il movimento ad una marginalizzazione con un ritardo nella maturazione della coscienza nazionale.

 

Il secondo fenomeno è che l’indipendentismo sembra avere persistenti difficoltà ad inserirsi con successo nell’agone elettorale. Ma ciò non pare dovuto a persistenza nella fiducia nei partiti unitari, di giorno in giorno sempre più screditati, ma alla totale e crescente sfiducia dei Siciliani nei confronti di tutta la politica, con una astensione che ormai supera il 50% anche nelle elezioni municipali, tradizionalmente le più partecipate. Cosa impedisce agli indipendentisti di superare le soglie di sbarramento o di uscire dal “congelatore” politico nel quale sono apparentemente confinati? I dati delle ultime amministrative hanno visto una crescente partecipazione di Siciliani Liberi, ora con candidati indipendenti, ora con liste proprie e in un caso con un candidato sindaco. La crescita c’è, è indubbia, ma è in apparenza troppo lenta per incidere in tempi brevi, e c’è da capire quali siano le zavorre a questa crescita.

 

I due temi sono più legati tra loro di quanto non si possa immaginare a prima vista. Il legame invisibile può essere trovato nel concetto gramsciano di “egemonia”. L’egemonia, in poche parole, si ha quando una ideologia espressione di un gruppo di potere dominante è assimilata, fatta propria, difesa anche con il sangue, proprio da coloro che avrebbero tutto l’interesse a sbarazzarsene, cioè dai “vinti”. Il fenomeno è vecchio quanto il mondo, ma oggi l’egemonia, nell’era del controllo totale, dispone di strumenti di una potenza imprevedibile solo fino a pochi decenni fa.  L’oppressione coloniale nella quale è incatenata la Sicilia nasce dalla catastrofe del 1816, consolidata dalla grande impostura del 1860. Non è certo una questione globale; è una questione nazionale. Oggi non ce ne sono tante, perché quasi tutto è globale. Se i Siciliani non subissero sin dalla culla l’egemonia culturale italiana saprebbero immediatamente cosa fare. L’indipendentismo, nonostante ciò, cova sotto la cenere, ispira ancora forze latenti, impalpabili quanto diffuse. Ma non riesce a prendere il sopravvento, men che mai nelle urne, perché il “discorso” è sequestrato da chi dispone della totalità dei mezzi di formazione e di informazione.

Il golpe sanitario globale del 2020 replica, su scala mostruosamente più grande, questa sproporzione di mezzi di comunicazione e di manipolazione del consenso. Si deve lottare anche a casa propria per tenere spenta una scatoletta che, sotto voce, impalpabilmente, da due anni dice sempre parole come “terapia intensiva”, “contagi”, “emergenza”. Impossibile, sotto questo bombardamento, che parla più all’inconscio che alla ragione, restare del tutto lucidi. Ricordate le pubblicità vietate in cui per pochi istanti si metteva il fotogramma di un prodotto? In un certo senso si lavora da due anni in questo modo. L’opinione pubblica è sistematicamente plasmata, manipolata, confusa. Poi c’è chi è più sensibile e chi è più refrattario. Basta fare la prova, spegnere per un attimo, e la pace riprende immediatamente e naturalmente lo spazio lasciato libero dall’ansia indotta dal regime. Anche in questo caso si tratta di egemonia, ma – poiché condotta con l’aiuto delle risorse dei “signori del mondo” – con effetti assai più pervasivi e devastanti della mediocre propaganda nazionalista locale.

 

Altro legame inevitabile tra i due temi e l’ineludibilità del secondo anche per chi si vuole occupare solo del primo. Come si è già detto, se di un argomento si parla ogni giorno, chi non ne parla è condannato all’irrilevanza. Ma chi ne parla deve decidere se tatticamente assecondare la cultura egemone, per non avere troppi nemici, ovvero attaccarla coraggiosamente, sfidando un ulteriore pregiudizio di massa.

In altre parole la “pandemia” è un inaspettato e indesiderato problema in più per l’indipendentismo siciliano. Accettare la vulgata dominante potrebbe non dare alcun risultato tangibile, in termini di consenso elettorale, e al contempo renderlo come “il sale che non sa più di sale”; non accettarla può significare, per contro, creare un’ulteriore barriera al consenso, quando già questo langue per la prima egemonia, e la perdita anche di validi quadri intermedi, i quali, inconsciamente succubi della narrazione ufficiale, potrebbero allontanarsi solo per questo motivo.

Per ragioni apparentemente insondabili questa subalternità è statisticamente più forte in chi si definisce “di sinistra”. In realtà ciò appare spiegabilissimo. La vera sinistra, l’unica che ho conosciuto, quella marxista, è oggi ridotta a piccoli gruppi settari, dotati di buona volontà ma marginali più di noi: in Italia, ad esempio, il Partito Comunista di Marco Rizzo.

Per il resto, da decenni, la cd. sinistra è solo l’avanguardia del globalismo, in tutta la sua multicolorata agenda. In realtà, a ben vedere, tutta la politica “convenzionale” lo è. Io la immagino come una truppa in spostamento. C’è una piccola scolta in avanscoperta, che lancia per prima le provocazioni (i “radicali” alla Bonino), poi c’è il grosso delle truppe, la “sinistra”, nelle sue diverse sfaccettature, segue un po’ di “diserta piaggia” di formazioni di centro-sinistra o centro-destra, dove l’agenda è pure pienamente accettata, ma con qualche dose di opportunismo e di retorica, e infine a distanza, segue la “retroguardia” delle destre, che gonfia il petto contro l’agenda, quando la sinistra va avanti, poi lascia fare e si sposta un po’ più avanti, con la funzione di tenere buoni i gonzi più conservatori.  Chiudono il corteo gli pseudo-fascisti di comodo (Forza Nuova), piccoli gruppetti che fingono di inseguire, e invece seguono, il corteo principale.

Nella metafora, chi va nel gruppone di davanti, è già più pronto ad accettare i diktat che vengono dall’alto, e più di altri. Che si tratti di immigrazione, di famiglia, di alimentazione, di “green”, di “diritti”, e quindi anche di mascherine, distanziamento, lockdown, coprifuoco, vaccini e tutto ciò che di volta in volta il TG unico ha preparato per cena.

Questa avanguardia ha sviluppato un’isteria indotta, una paura, che sia ora del “fascismo”, ora della “malattia”, ora delle “feicnius”, o di qualunque cosa il “ministero della paura” dice che bisogna temere od odiare. Per quelli della retroguardia la strategia di lavorazione è più complessa. Per quelli dell’avanguardia è invece facile.

 

Orbene. L’indipendentismo è o dovrebbe essere una milizia completamente diversa, che non segue i tragitti del carrozzone principale. Sulla carta almeno. Chi ha fatto un percorso indipendentista mediamente ha imparato a diffidare della cultura ufficiale, ed è per questo che, anche di fronte alla grande impostura pandemica, ha mediamente anticorpi molto forti. Però, anche gli indipendentisti sono “di questo mondo”, ed hanno o hanno avuto prima della “conversione” una loro cultura politica. Sono quasi tutti transfughi dalla colonna principale, o comunque non possono ignorarla del tutto, visto il rapporto di forze. Non siamo in Brasile o in Bielorussia qua… E quindi ne subiscono l’influenza. Per me l’indipendentista di destra o di sinistra, beninteso, hanno pari dignità, e – se proprio devo mettere una scala di valore – diffido solo da chi è più estremo, in qualunque delle due direzioni. Ma è un fatto che l’indipendentista con radici culturali di “sinistra” è il più suscettibile alle sirene ufficiali, con le dovute e nobili eccezioni ovviamente. Non sono molti, ma ci sono, e indeboliscono il fronte, come ogni divisione.

Poi, a parte, ci sono gli indipendentisti di sinistra veri, i comunisti di Antudo, e forse per questo con loro si va mediamente più d’accordo, pur nella differenza inevitabile.

 

Che fare? Direbbe Lenin… Non ho una risposta, se non quella un po’ banale del pragmatismo. Non si può tacere su una questione così importante, costi quel che costi in termini di marginalità. Ma non si deve neanche andare in prima linea. Come con il dramma dei cd. migranti, diciamo chiaro quel che pensiamo, ma lasciamo ad altri questo focus. Concentriamoci sulle nostre battaglie, senza stare zitti sui temi globali importantissimi.

Lo so, non è una risposta ottimale. Ma non ne vedo altre.  Ci sarà qualcuno dei nostri, più romantico, che inorridisce allo sfilare accanto al tricolore italiano. Quanto lo capisco! Quel tricolore per noi gronda sangue. Ma possiamo fare subito una colpa a tutti i Siciliani nati e cresciuti sotto l’egemonia italiana e “separarci” da loro anche quando lottiamo per le stesse cose? Personalmente non sono d’accordo. Andiamo alle manifestazioni (finché ce le faranno fare, cosa ormai non del tutto scontata) con le nostre bandiere, con quelle siciliane. E quando cantano l’inno di Mameli le sventoliamo in silenzio. Sta a noi dominare la piazza o rinchiuderci nel settarismo.

 

Si dirà: ma non sono nostre battaglie. Ah sì? E a che razza di Sicilia libera e indipendente stiamo pensando? A una Sicilia-Grecia, sotto il controllo totale, finanziario, umano, biologico, di una nuova stirpe di umani zootecnici? Pensiamo a una Sicilia libera, ma con i diritti umani condizionati da un lasciapassare governativo con tanto di QR, oggi per un trattamento di scarsa efficacia e ignota pericolosità futura, domani per qualunque ghiribizzo venga in mente al tecnocrate di turno? Pensiamo a un siciliano libero con il microchip sottopelle o il tampone giornaliero nel sederino? Non abbiamo occhi per vedere che la Costituzione è sospesa a tempo indeterminato e si sta vietando, ostracizzando, criminalizzando ogni forma di dissenso, anche solo nel diritto di essere espresso?

Cosa avremmo fatto sotto il fascismo se gli antifascisti ci avessero chiesto aiuto? Avremmo detto “no, grazie, noi non siamo italiani”? Rispondete voi, ché io non so più cosa aggiungere.

 

Certo, detto questo, ci dobbiamo concentrare sul non voto. Dobbiamo ribaltare l’egemonia italica sulla Sicilia. Non distogliamoci da questo, che è e resta il nostro obiettivo principale. E dobbiamo farlo pensando a una svolta generazionale, senza troppa ansia da “prestazione elettorale”: lo sappiamo che la traversata nel deserto è lunga e richiede una solida fede politica.

 

Ma anche in questo ambito più “nostro” abbiamo un problema grande quanto una casa. Perché fino alla II Guerra mondiale “non ce la facevamo a diventare indipendenti”, ma il Sicilianismo era dominante, mentre, avendo portato a casa la conquista formale dell’Autonomia, siamo rimasti così indietro rispetto ad altre nazioni europee senza stato? La risposta, ancora una volta, ce la dà Gramsci, oggi più volte ricordato. Vediamo che diceva quando sottolineava che le istituzioni unitarie erano in mano al Nord e discriminavano la classe dirigente del Sud, tenuta sempre in condizioni subalterne:

 

«I Siciliani sono da considerarsi a parte: essi hanno avuto sempre una parte leonina in tutti i ministeri dal ’60 in poi, hanno avuto parecchi presidenti del Consiglio, a differenza del Mezzogiorno, in cui primo leader fu Salandra; questa “invadenza” siciliana è da spiegarsi con la politica di ricatto dei partiti dell’Isola, che sottomano hanno sempre mantenuto uno spirito “separatista” a favore dell’Inghilterra: l’accusa di Crispi [sul presunto Trattato di Bisacquino tra i Fasci Siciliani e potenze straniere per la separazione dell’Isola, mia nota] era, in forma avventata, la manifestazione di una preoccupazione che ossessionava realmente il gruppo dirigente nazionale più responsabile e sensibile».

 

Questo passaggio mi pare cruciale e risolutivo. La Sicilia di ieri, anche se conquistata dai Borbone, e persino dai Savoia, non era per nulla piegata. Perché? Perché aveva una classe dirigente che aveva interessi distinti (almeno in parte) da quelli unitari, che poteva lucrare da questa rendita di posizione, e soprattutto aveva legami internazionali. Lasciamo stare il fatto che storicamente quella classe dirigente non fu poi all’altezza del compito. Se lo fosse stata oggi la Sicilia sarebbe uno stato europeo a sé. Ma almeno aveva la potenzialità.

Noi  forse non vinceremo mai partendo dal basso e presentandoci volenterosamente ad ogni elezione. O forse accadrà qualcosa tra molti anni, perseverando come partito antisistema, dopo una lenta ma continua crescita. Ma se vogliamo accelerare il processo dobbiamo muoverci su due fronti: uno è quello di coinvolgere in questa lotta di liberazione una parte della classe dirigente isolana, quella che non ha interessi legati a doppio filo alla Penisola, quella che non subisce l’egemonia dell’ideologia dominante; un altro è quello di curare specifiche relazioni internazionali che un domani possano farci trovare qualche alleato. Su entrambi questi fronti Siciliani Liberi sembra l’unica formazione che ha mosso qualche passo, forse solo primi timidi passi, ma lo ha fatto. Non resta dunque che perseverare su questa strada.

Ma dobbiamo avere la forza di creare una controcultura di resistenza nazionale, una controegemonia, totalmente autonoma dalle sirene mondialiste e, per chi può capirlo, dalla loro disumana agenda. Altrimenti tutto ciò avrebbe ben poco senso.

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