Prendiamo conoscenza che, certamente sotto gli auspici dell’attuale Vicepresidente della Regione, Prof. Gaetano Armao, la Regione (quella che preferisco chiamare “amminstrazione coloniale“) pubblica uno studio corposo sulla “Stima dei costi per l’insularità” nel maggio 2021.

Non metto in dubbio, vista l’autorevolezza del gruppo di lavoro, la quantificazione di questi costi, né la metodologia. Che la Sicilia paghi a carissimo prezzo quello che per altre regioni e nazioni insulari è una risorsa, già si sa. Il “costo dell’insularità” non è incerto nel SE, tutt’al più può essere incerto nel QUANTO. Ben vengano quindi gli studi che quantificano questo costo.

Quella che mi interessa però è la soluzione politica che l’attuale amministrazione intende perseguire. Per leggerla salto subito alle conclusioni del lavoro.

E qui, oltre a un riassunto dell’intero lavoro, in cui sono compendiati tanto i costi reali e attuali dell’insularità, quanto i vantaggi mancati e potenziali, si indicano come soluzioni alcune che non potrebbero essere più ovvie: perequazione infrastrutturale, continuità territoriale nel regime dei trasporti, fiscalità di vantaggio, valorizzazione “geopolitica”, invero quest’ultima appena accennata, ovvie “politiche economiche di crescita e sviluppo sostenibile”. Come non essere d’accordo?

Ma, poi, andando avanti, si leggono alcune… stranezze: «Ciò, sotto il profilo politico, dovrebbe condurre non ad una semplice rivendicazione economica, quanto piuttosto (accanto ad essa) alla definizione di una specifica finalizzazione delle risorse rivendicate per priorità di intervento…..perché definirebbe un impegno formale volto al reale superamento strutturale delle ragioni di svantaggio da insularità».

E, ancora:

«Occorre infine considerare che la Sicilia… necessita, come dimostrato, di una più ampia e articolata connessione con il resto d’Italia e dell’Europa unita…. infrastrutture… tra le quali si deve annoverare la mancanza di un attraversamento stabile dello Stretto di Messina…».

Io invito i miei amici e lettori a qualche minima riflessione, come l’ho fatta io, perché ho notato una intima inconsistenza di queste conclusioni, anche se purtroppo, visti gli autori, non ne sono affatto sorpreso.

Intanto – cosa a dir poco GRAVISSIMA – non c’è un minimo accenno alle peculiarità istituzionali della Regione Siciliana, al fatto cioè che essa è Regione a Statuto Speciale. Tutte le ovvie politiche indicate, ma anche soltanto la perequazione infrastrutturale (art. 38) e la fiscalità di vantaggio (art. 36), o la continuità territoriale (art. 22), etc. SONO GIÀ ISCRITTE NELLO STATUTO DELLA REGIONE SICILIANA! Se non vengono attivate è perché lo Stato Italiano e la succube Regione Siciliana non hanno la minima intenzione di farlo.

Non c’è alcun riferimento al fatto che la coesione economica e sociale a favore delle Regioni insulari è iscritta nel TFUE, art. 174, che – proprio perché norma europea – prevale de jure su qualunque norma dello Stato, finanche sulle sentenze della Corte Costituzionale che hanno abrogato ad oggi il 98% circa della parte più vitale dello Statuto.

Scrivere che ci vogliono politiche di continuità territoriale, etc. facendo finta di non sapere che queste politiche sono tutte attivabili con l’attuazione dello Statuto siciliano significa usare  non un linguaggio da Siciliani che credono nella propria Autonomia, ma il solito linguaggio succube e coloniale. Scrivere queste parole in un documento, facendo finta di non sapere che sono già scritte nell’ordinamento costituzionale della Repubblica Italiana, equivale a scriverle sulla sabbia, o – per dirla in siciliano – ad annacàrisi inutilmente mentre la Sicilia affonda.

E, del resto, il cenno allo sfruttamento in positivo della posizione di confine della Sicilia da un punto di vista geopolitico, può essere fatta diventare concreta, in mancanza di uno stato proprio (che sarebbe l’ideale, come a Cipro o a Malta), solo con una concezione molto avanzata dell’Autonomia speciale; un’Autonomia che è in grado di dialogare direttamente e istituzionalmente con i Paesi rivieraschi, in modo da spezzare l’isolamento che, in ultimo, è dettato proprio dalla obbligatoria intermediazione di Roma su ogni passaggio politico, economico, istituzionale, culturale. Insomma, come al solito, non si fa mai sul serio.

E che non si faccia sul serio lo leggiamo anche nella “scusa non richiesta” (excusatio non petita dicevano gli antichi) del fatto che la Sicilia non solo non deve “rivendicare risorse”, ma se lo fa lo deve fare in modo “condizionato” a impegni, che presumibilmente sono decisi altrove.

Ora, le nozze non si fanno coi fichi secchi. Se la Regione oggi è defraudata persino di risorse che le spettano per diritto costituzionale, chiederle “scusandosi” appare inutilmente umiliante. Se una persona mi sfila il portafoglio sull’autobus, non gli dico “prego, me lo restituisca, e poi decidiamo insieme come lo devo spendere”. Se ci sono nostre risorse dobbiamo avere intanto il coraggio non di chiederle, ma di PRETENDERLE. E, visto che la storia unitaria dimostra che vi è conflitto di interesse permanente tra centro e periferia, tra nord e sud, tra continente e isole, non ha alcun senso che le nostre politiche di sviluppo siano condizionate al 100% a “impegni” presi con chi ha interessi diversi dai nostri. In tal modo si prospetta sempre uno sviluppo coloniale e subalterno agli interessi del Nord. Ma – chiedo – la Lombardia o il Trentino / Alto Adige fanno pure così? Si chiedono se le loro risorse sono funzionali al nostro sviluppo? O siamo solo noi i complessati e commissariati a vita?

E infine il ponte, ci mancherebbe altro… Qua siamo al contorsionismo logico. Non è questione di essere pro contra. Voglio fare un discorso asettico e laico. Non si dice, ad esempio, che la realizzazione del “ponte”, il cui beneficio per i grandi speculatori del Nord è un dato sicuro, interrompe GIURIDICAMENTE in Europa la nostra condizione di Regione Insulare.

A ponte fatto, non potremo più invocare né l’art. 174 TFUE, né – a cascata – l’attuazione dello Statuto, perché a quel punto saremmo in presenza di un collegamento stabile con il Continente. La nostra geografia di base ne risulterebbe stravolta, e da Isola, quale siamo sempre stati, diventeremmo Penisola di Penisola (Calabria) di Penisola (Italia). Chiaro che si perdono di colpo tutti gli strumenti giuridici dell’insularità e, finanche, tutti quegli stessi vantaggi potenziali e non sfruttati di cui lo stesso studio parla!

Io non voglio essere contrario al “ponte” in modo ideologico, non in questa sede almeno. Ma dov’è l’analisi costi-benefici?

Delle due l’una: se la realizzazione del Ponte assicurasse talmente tanti benefici da poter rinunciare a cuor leggero a tutta l’insularità, inclusa l’attuazione dello Statuto speciale, allora a malincuore dovrei ammettere lo scacco; ma se – come a me pare ovvio – il “manufatto” ci toglie l’insularità, lasciandoci intatta la perifericità e la marginalità (Campania e Calabria dovrebbero insegnarci qualcosa), credo che siamo in presenza semplicemente di un tragico errore.

Anche nel primo caso ci sarebbero molti aspetti, culturali, di sicurezza, ambientali, etc. che nessuno sta mettendo in gioco. E che secondo me chiuderebbero comunque il discorso. Ma nel secondo caso sembra che Armao dica: “Visto che ci sono tutti questi costi dell’insularità, togliamo l’insularità e teniamoci i costi”.

Posso dire che questo è un atteggiamento molto pericoloso per gli interessi della Sicilia?
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