Il fatto, prima: da quando è stato istituito, il reddito di cittadinanza ha rappresentato un trasferimento netto, dallo Stato alla Sicilia, che ha in parte ristorato le continue ruberie di cui la Sicilia è stata vittima in passato, e soprattutto negli ultimi anni, dando quanto meno quel filo di risorse che ha consentito a molte economie domestiche di non collassare definitivamente, e di non vivere un vero e proprio esodo di massa.

Che la Sicilia sia in relativo la maggiore beneficiaria di tale strumento, come e più di altre regioni meridionali, non c’è dubbio. In altri termini il reddito di cittadinanza è stato il dividendo, l’unico, che è stato staccato alla Sicilia per il cappotto elettorale del 2018, quando tutti i collegi uninominali, TUTTI, sono stati assegnati al Movimento 5 Stelle.

Generalizzando al Mezzogiorno, il Movimento 5 Stelle, allora partito “nazionale” con particolare radicamento al Sud, ha introdotto questo sistema di assistenza sociale come sorta di “metadone” per sopportare il disagio economico senza intervenire sulle cause strutturali dello stesso.

Siccome la Sicilia presenta le condizioni di dualismo e di colonialismo interno al massimo grado, è qui, più che altrove, che lo strumento ha avuto effetto, ed è qui, ancor più che nello stesso Sud Italia, che il Movimento ebbe il suo successo, ormai remoto come la Luna. Il voto antisistema dava, anche in quel di Parma o di Milano, la marcia in più, ma il grosso del consenso veniva dal disagio meridionale, e dalla disillusione per la politica, per tutta la politica, che già in Sicilia aveva trovato la via dell’astensione, ma che ancora voleva credere in qualcosa.

 

Stiamo parlando ovviamente di un altro mondo, quello del 2018, ante “golpe Covid”, un contesto completamente diverso persino dal punto di vista antropologico. Basti pensare che quel movimento raccolse un terzo degli elettori anche sulle ali di una politica di libertà vaccinale sui neonati (contro la famigerata Legge Lorenzin) ed ora è alfiere dell’ipocondria. È cambiata l’opinione pubblica, è cambiata la politica, è bastato solo un uso ben accorto e unidirezionale dei media ufficiali ad ottenere questo risultato. Ed oggi, nel mutato quadro politico, economico e sociale, il Movimento 5 Stelle, quello degli adepti di “Beppe Grillo” appare un ricordo sfocato e lontano, quasi come il CAF degli anni ’80 (Craxi-Andreotti-Forlani, per i più giovani). Si dirà: ma i sondaggi ancora danno il 15%… Errore! Ciò che va oggi sotto il nome di M5S non ha nulla a che vedere con ciò che c’era nel 2018, se non in una parte dei supporter in Parlamento, che sembrano essere le stesse persone fisiche. Oggi quel residuo consenso è appannaggio delle “Bimbe di Conte”, finché almeno la corta memoria degli elettori avrà questo retaggio. Gli innamorati del cd. “Avvocato degli Italiani” hanno salvato il brand da un totale naufragio, ma si tratta geneticamente di cosa completamente diversa: un partito fiancheggiatore del PD, della UE, delle politiche globaliste, e privo ormai di ogni e qualsiasi contenuto proprio, salvo ogni tanto tirar fuori dal cassetto la logora bandiera della “honestà”, a cui non credono più neanche loro.

 

Torniamo al reddito di cittadinanza e alla Sicilia. Avevano promesso mari e monti. Persino la soluzione della Questione Finanziaria siciliana, cioè la madre di tutte le questioni. Si sono limitati a gestire un’elemosina da voto di scambio. Del resto, da una compagine che voleva addirittura fare un referendum sull’euro non c’era da aspettarsi molto. Archiviata la Questione Statuto, ridotta la questione infrastrutturale a qualche intervento di manutenzione già programmato da decenni, riciclando nel PNRR interventi già programmati da tempo e mai realizzati, si sono limitati a raccogliere i feriti ai bordi della via.

 

Ora, con le tecnocrazie oligarchiche di nuovo saldamente al volante, non c’è spazio nemmeno per la pietà. L’Italia, con il pretesto della “pandemia”, è stata indebitata abbastanza, il suo apparato produttivo schiantato abbastanza. Adesso si deve passare al raccolto. Finito, o ridimensionato, il sostegno della BCE ai debiti pubblici, finito il blocco dei licenziamenti, finita la Quota 100 (strano provvedimento di carattere sociale voluto questa volta dalla Lega), è ora di chiudere pure l’esperienza del reddito di cittadinanza. Così in Europa si è deciso: signori, si chiude!

 

Qual è il nostro giudizio ex post di questa esperienza? E il giudizio generale in termini di benessere sociale? Ebbene, in sé un reddito di sopravvivenza, una rete che impedisca che un cittadino resti espulso da qualunque processo produttivo, oggi è, o sarebbe, in astratto necessaria. Nel “Pinocchio” di Collodi il messaggio è che se vuoi mangiare devi lavorare, e, se vuoi veramente lavorare, un lavoro lo trovi sempre.

Questa “etica del lavoro” oggi non è detto che funzioni. Nell’era della progressiva automazione, in cui persino il lavoro degli avvocati si avvia ad essere automatizzato, l’uomo è sempre più sostituito dalla macchina, e molti, specie se non particolarmente specializzati, ma anche se tali talvolta, possono restare a spasso, nonostante tutta la loro buona volontà. Non è detto che sia così in tutti i settori. Ci sono ambiti in cui si stenta a trovare lavoratori e la dinamica di mercato spingerà i salari verso l’altro. Ma è sempre più probabile che ci siano disoccupati che non troveranno, con tutta la buona volontà, alcuna occupazione, né avranno alcuna rete familiare o sociale di sostentamento che possa sostituirsi al reddito da lavoro.

Queste persone non possono, o non dovrebbero, morire di fame, è chiaro.

 

In Sicilia, a questo dato globale, si aggiunge un fenomeno locale: la disoccupazione strutturale determinata dal colonialismo interno.

La Sicilia non è l’Albania. Ha lo stesso fisco, le stesse leggi e rigidità, e la stessa moneta dell’Italia, anzi quasi della Germania. In queste condizioni non può competere né con i paesi fuori dall’area euro, né con le regioni centrali dell’eurozona. Senza alcuna provvidenza per le regioni insulari, pur prevista persino dall’arcigna Europa, possono sopravvivere solo mercati di nicchia, di alta o altissima qualità, sui quali ci può essere una qualche forma di rendita, mentre tutto il resto va in malora o resta inutilizzato. A questo dato strutturale si aggiunge la rapacità insana dello Stato colonizzatore, che toglie a Regione e Comuni la linfa vitale, lasciando la gestione della cosa pubblica, di territorio e ambiente, delle infrastrutture, e in genere di tutto ciò cui non può mai sopperire il privato, che vada letteralmente in malora.

In queste condizioni trovare lavoro in Sicilia non è più né un diritto, né una cosa normale della vita, bensì una fortuna o un privilegio, dal quale sono strutturalmente esclusi centinaia di migliaia di nostri concittadini.

In queste condizioni, non toccando alcun nodo strutturale, un po’ di “reddito di cittadinanza” serve o serviva almeno per fare la spesa, al netto degli inevitabili abusi di chi lavora in nero o situazioni simili. Ma, come nel famoso detto, “dando il pesce senza insegnare a pescare”, non si risolve il problema, ma lo si incancrenisce.

Il reddito di cittadinanza crea dipendenza, non sviluppo. Disincentiva dalla ricerca attiva di un posto di lavoro. Sposta quindi verso l’alto il salario di mercato, ma – non spostandosi in alto i ricavi d’impresa, compressi dalla crisi “pandemica” – si ottiene come unico effetto, non una redistribuzione del reddito a favore dei lavoratori (giacché il reddito non c’è), ma semplicemente la chiusura delle imprese, che (brutto dirlo ma è così), con salari da fame e lavoro precario, riuscivano  quanto meno a tirare avanti.

In altre parole il reddito di cittadinanza, nelle distorsioni dell’economia siciliana, accresceva la domanda aggregata e allo stesso tempo faceva diminuire la capacità produttiva, cioè l’offerta aggregata. Nel breve termine sollievo, nel lungo devastazione. Forse le imprese possono tirare avanti con il lavoro semi-schiavistico dei migranti, in quanto non registrati, ma il costo sociale di questo “rimpiazzo”, a ben vedere, non appare molto rassicurante, oltre ad essere un ulteriore incentivo allo stabilimento di nuove masse umane di “semi-liberi”, e la espunzione progressiva dei “nativi”.

 

La mia modesta valutazione è, quindi, che il reddito di cittadinanza così com’è non funzionava e quindi non dobbiamo spargere troppe lacrime sulla sua soppressione. Si potrebbe pensare, ma solo esiliando Draghi e la sua cricca su qualche isola deserta, ad un sistema differenziato di assistenza sociale per chi non ha un reddito: da una piena indennità di disoccupazione per chi è stato espulso dal mercato del lavoro nei primi anni, a un sostegno ad hoc per il lavoro casalingo o di assistenza a minori, anziani e disabili, o per il presalario degli studenti universitari, anche un sussidio di “povertà”, davvero minimale, per chi non ha proprio nulla, o un sistema di buoni spesa, che però non disincentivino alla ricerca attiva del lavoro, alla quale invece non dobbiamo mai rinunciare….

Tutt’al più dovremmo o potremmo difendere questo tipo di minimo vitale, senza il quale non si vive e, di passaggio, si comprime la già modesta domanda aggregata locale.

Ma la Sicilia da difendere non è certo quella delle elemosine, bensì quella della produzione, che avrebbe bisogno di una scossa e, finalmente, di una rappresentanza politica propria.

Anziché distribuire le briciole dovremmo pensare, in grande, a fare la torta. Dalla quale poi ce ne sarà per tutti.

 

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