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SIAMO UNA COLONIA? IL CASO UNIVERSITÀ

Io non vedo il Festival di San Remo. Né il pre-, né il durante, né il post-. Non mi interessa, da moltissimi anni, e poi io sono siciliano, e tutto ciò che è “nazionale italiano”, lo considero sempre nient’altro che un “male necessario”, una realtà posticcia, con cui avere a che fare quanto basta per non curarne (se vogliamo citare Manzoni) e poi voltare le spalle. Volto le spalle a San Remo, alla Formula Uno, alla Nazionale di Calcio e al gossip che di volta in volta ci intrattiene sulle TV nazionali. Sotto questo aspetto sono un alieno, un alienato dal mio sistema politico, un suddito che si fa i fatti suoi se vogliamo, che vive in una provincia di un grande impero dispotico, provincia di cui quella che sento come la mia patria non è che un’estrema e dimenticata appendice. Tutto qua. C’è qualcosa che mi lega all’Italia (non allo Stato italiano o alla Nazione italiana), ma di questo diciamo più avanti. Torniamo a San Remo.

Da quel che inevitabilmente ne vengo a sapere, e da quel che intravedo a casa, però, da tempo non è più solo la classica trasmissione nazional-popolare che già così… no, è diventata, come tutte le forme di intrattenimento, un luogo culturale dove “L’Impero” (del male?) fa colare i suoi liquami nauseabondi, fatti di ostentato disprezzo per la bellezza e per la natura, di perversione e oscenità scambiate per libertà, di sottili messaggi satanici. Esagero? E chi lo sa? Forse sì, perché giudico da quel poco che inevitabilmente me ne traspare, e quindi forse da persone con dei preconcetti e troppo istericamente legate a tutto il dibattito “italiano” che ruota intorno. Però alla fin fine non è di questo che volevo parlarvi oggi, se non perché questa è la cornice da cui è scaturita la riflessione. In fondo a me, da alieno, non importa nulla. Quindi non ne sono neanche turbato o scandalizzato più di tanto. Non mi interessa e basta.

Vengo però a sapere che nello staff (non ho capito neanche bene in quale ruolo) partecipa l’artista palermitana Teresa Mannino.

Teresa Mannino, se posso permettermi, io … ‘a pittavi. So chi è, con alcuni indubbi talenti, e alcune indubbie tare. È brava, fa ridere, è veramente palermitana, non il palermitano di 50 anni fa che il polentone voleva vedere, alla Franco Franchi (bravissimo anche lui, non fraintendetemi, ma bloccato su una maschera), ma la palermitana vera, vista dai palermitani. E non solo fa ridere, ma ha un suo pensiero, e mi sta pure bene. Ha una tara: è figlia di una cultura “sinistrese”, che io ho conosciuto bene nella mia prima formazione, e dalla quale non si è mai liberata. Nessuno è perfetto, gliela perdono, come certe uscite un po’ infelici. 

Bene.

Vengo a sapere e vedo spezzoni di filmato su Twitter/X o come si chiama che in un Dopofestival o qualcosa del genere, la Mannino, in un momento di sincerità e lucidità, ha spiattellato a tutti una verità elementare: “Siamo una colonia!”. Apriti cielo….

Intanto non è certo un’antisistema. Dov’era quando ci imbavagliavano? E poi altre sue uscite… stendiamo un velo pietoso… Ma non mi è sembrato un gioco delle parti. L’ho vista, era sincera, si è voluta e potuta permettere una trasgressione al sistema; forse perché l’Impero qualche scricchiolio lo fa veramente e l’adesione può anche non essere più monolitica come un tempo. Segno dei tempi.

Ma ancora il mainstream non è cambiato, e l’affermazione ha turbato parecchie “anime belle”.

“Come ‘siamo una colonia’?!” “E allora gli americani morti per la nostra libertà??”. Beh, grazie agli americani che nella seconda guerra mondiale lottarono contro il nazifascismo. Ma non ho mai capito se questo vale a tenere l’Italia sempre sottomessa per diritto di conquista. Che liberazione è una liberazione in cui semplicemente si cambia padrone? Nessuna nostalgia per il precedente (lascio questo ai cretini reazionari), ma oggettivamente il discorso dei “morti” non funziona, specie dopo tutto questo tempo… Quando finiamo di pagare questo debito? E intanto con il tempo i legami anziché allentarsi si stringono… L’Italia, se è una colonia, lo era pure nel 1965, per dire, ma lo era molto meno di ora, e perché quindi?

Anche l’argomento “Allora vai a fare il servo della Russia o della Cina” a sviscerarlo bene non è che funzioni meglio…. Ma questi sono servi nell’anima: se non sei un servo USA devi essere per forza servo di qualcun altro? Ma dov’è c’è scritto che siamo la prostituta del mondo? Ma la parola “libertà” non ha più alcun valore per i miei concittadini?

I più sfegatati sui social si sono però scatenati: “Ma quand’è che, nella vita di tutti i giorni, vi siete sentite di vivere in una colonia americana?”.

Anche questa domanda è stupidotta. E infatti si sono sentiti rinfacciare di Mattei, di Moro, ok… ma sono fatti o lontani nel tempo, o che comunque non impattano sulla nostra vita di ogni giorno. E che dire della “moda”, delle “canzoni americane”, dei “film americani”? Anche lì, in fondo, cosa ci perdiamo? Moltissimo, ovviamente, ma apparentemente è solo questione di gusti….

La domanda, però, in me si è fatta strada. Già, quand’è che nella vita di ogni giorno, vi sentite sudditi coloniali?…

Ed io ho pensato subito al mio lavoro, a quello che era, pur come protettorato, fino a una ventina di anni fa, e a quello che è diventato, e soprattutto a cosa sarà in futuro, quando io sarò in pensione e con me tutta la generazione che ha conosciuto un’altra università.

Il colonialismo ha proceduto per gradi. Fino al 2010 eravamo in regime di “protettorato”. Le nostre tradizioni, sia pure in condizioni di progrediente subalternità, potevano sopravvivere.

Nel 2010, sotto il governo delle “destre” (e il sovranismo?… il cliente potrebbe avere il terminale spento o non essere raggiungibile…), l’Università è stata definitivamente colonizzata dagli USA.

Si può fare resistenza, certo, ma l’analisi costi-benefici è perdente, e alla fine ti chiedi chi te lo faccia fare.

Chi nel 2010 stava frequentando un dottorato, a 25 anni, capì subito la musica e si adeguò in 24 ore, o andò a cercarsi un altro lavoro.

Chi nel 2010 aveva 65 anni ed era un ordinario prossimo alla pensione se ne fregò altamente, facendosi il conto dei contributi da maturare per salutare tutti.

Chi nel 2010, come la mia generazione, aveva intorno ai 45 anni, si trovò sotto le bombe da un giorno all’altro come i Palestinesi di Gaza. Molti di noi erano allora professori associati, ed erano formati in una università “italiana”. Com’era un’università “italiana”?

E qui confesso una delle poche cose, forse l’unica, che mi lega all’Italia. Non i miti della Nazione, non lo Stato, con il quale abbiamo avuto sempre interessi contrapposti, ma la cultura, la lingua, la tradizione scientifica, la letteratura. Come esistono i paesi di lingua spagnola, di lingua tedesca, etc. esistono pure i paesi di lingua italiana. Come lingua “alta” la Sicilia ha avuto l’Italiano (come lingua nazionale ha la propria, ovviamente), la Sicilia non è Italia, la Sicilia è un paese di lingua italiana. Su questo tragico equivoco si gioca forse tutta la Questione Siciliana.

E la letteratura scientifica italiana, di cui la Sicilia faceva parte a pieno titolo, era tutt’altro che trascurabile. In ogni campo scientifico e tecnologico, aveva i propri maestri, i propri metodi, le proprie teorie, le proprie monografie di riferimento, le proprie riviste. Il culmine di questa cultura, secondo me, fu toccato negli anni ’80 del XX secolo. Chi non ci è passato non può capire. I professori italiani erano talvolta provinciali, ma spesso erano davvero colti, ciascuno nel proprio ambito, ed erano, bene o male, la fucina da cui usciva la classe dirigente del Paese.

Negli anni ’90, con la caduta del Muro di Berlino, la fine della I Repubblica e tutto ciò che ne conseguì, iniziò la crisi. Vent’anni dopo la cittadella venne espugnata. Nel 2009 l’Italia perde, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, ciò che restava della sua già logora sovranità. Uno stato senza sovranità non ha più bisogno di una classe dirigente propria. Ormai, ciò che resta del sistema di formazione superiore, deve essere destinato alla costruzione di una tecnostruttura “europea”, quindi antinazionale per definizione. Segue l’abbattimento programmato delle scuole nazionali. Inesorabile. Non più fucina di classe dirigente, ma terzo livello di un’istruzione massificata e manipolata ormai potenzialmente aperta a tutti (tutti laureati!!). Il livello si abbassa. Viene introdotto il concetto di “sostenibilità” (finanziaria?) del corso di laurea, che non svolge più una missione strategica per la Nazione, ma che deve sfornare TOT laureati di un certo tipo. Quindi se fai fuori corso o hai pochi iscritti o pochi laureati, devi chiudere. Se non è il 18 politico, per la strenua resistenza di molti colleghi, poco manca.

Ma non è sulla didattica che si verifica lo sventramento del sistema universitario. Lo sventramento si verifica sul fronte della ricerca e della selezione del personale stesso. Perché la selezione è fondata UNICAMENTE sulla ricerca, e non sulla didattica.

Le élite vogliono idioti supercompetenti nella specializzazione richiesta, incapaci  di una visione ampia, olistica. Tecnocrati docili, omologati, ubbidienti, fondamentalmente ignoranti, però supponenti più dei vecchi baroni.

La valutazione della ricerca è centralizzata, e basata su stupidi criteri bibliometrici, anche nelle aree non bibliometriche. Se pubblichi in italiano la tua ricerca, un tempo apprezzata, oggi è diventata immondizia, o al massimo didattica. Se pubblichi su una rivista italiana, anche in inglese, idem. Se realizzi un altro tipo di pubblicazione (atti di convegni, capitoli di libro), non vale niente. Non vale più niente quello che pensi, quello che scrivi. Vale solo se lo scrivi … in una rivista di “Fascia A”. Però queste fasce A sono definite in base a perversi criteri bibliometrici. In pratica sono riviste anglosassoni mainstream, dove, anche volendo, non potrebbe pubblicare mai l’intera collettività scientifica italiana. Il gioco è a dir poco perverso. Per molti anni in queste riviste sono state incluse etichette che nulla avevano a che vedere con le declaratorie dei settori (mi sono ritrovato “Sexuology” in Economia aziendale), poi, dopo gli scandali iniziali, si sono un po’ ripulite. Per molti anni la “mediana” degli ordinari che hanno scritto in queste riviste è pari a …. ZERO (cioè nessuno dei nostri studiosi ha mai scritto in questi contesti), ma la risposta che dà il sistema è “perché sono scarsi”. Dopo più di dieci anni, andando contro natura (inglesi e americani non capiscono perché gli italiani, e non i francesi o i tedeschi, che hanno le loro rispettabili riviste, implorano una posizione) queste mediane si sono spostate a UNO o DUE. Cioè quasi niente. Il sistema è fallito. Poi c’è il ragazzino, che ha capito il trucco, e sfodera 12 pubblicazioni l’anno in Fascia A. ll “saputello” è in genere un analfabeta funzionale, ma entra in Dipartimento guardando con disprezzo tutti gli altri, incapaci del suo sapere (fatto di nulla). Il risultato è che l’Università sta passando di mano da professori un po’ burberi ma preparati a dei perfetti idioti con la puzza sotto il naso (e lo abbiamo visto di recente anche in TV). Poi i concorsi, come detto, valutano solo questo tipo di competenza… Fino a pochi anni fa avevamo pure lo “straniero” in tutte le commissioni di abilitazione scientifica nazionale, spesso un buzzurro che non era neanche in grado di leggere quello che i candidati avevano scritto, semplicemente perché non conosceva l’italiano.

Ci sono quasi episodi di prostituzione intellettuale. Il docente italiano che invita l’editor inglese/americano in Italia, lo fa rimpinzare di cibo e vino buono, poi chiede, ma solo per sé e i suoi strettissimi sodali, un posticino al sole. Funziona così. Perché, in molti settori, si sono formate queste “camarillas” di collaborazionisti con lo straniero, che, dopo aver buttato a mare ciò che avevano scritto per 20 anni circa, si sono riconvertiti e riciclati alla perfezione, chiudendo però il passaggio a livello a tutti gli altri studiosi italiani. E poi ci sono gli italiani costretti a fuggire all’estero, che quando diventano un po’ importanti giurano odio eterno contro le loro sedi di origine, in modo da affondarne qualunque pubblicazione (“Io mi sono fatto il culo qua, e loro a godersi il mare e il sole, maledetti…”).

Insomma un inferno, dove passa la voglia di lavorare.

Un’intera generazione, salvi i pochi riciclati, è stata stroncata a metà carriera e demotivata. Ho colleghi più bravi di me, condannati a restare professori associati solo per la perversione di queste regole. Io sono riuscito, con enorme fatica, ad adattarmi a questo sistema. E ogni tanto qualche gol lo faccio. Ma l’amaro in bocca che ho cresce ogni giorno. Essere trattato, pur da ordinario, alla soglia dei sessant’anni, come un ragazzino che si fa rivedere la tesi dal proprio tutor, magari da qualche sbarbatello che non può neanche lustrarmi le scarpe, fa letteralmente passare la voglia di lavorare. E anch’io, inevitabilmente, comincio a fare calcoli contributivi e a fare il count-down.

Però, finché sono sulla breccia, ci provo un po’ a contrastare la marea.

Ma sono e resto un suddito coloniale, per tornare al tema dell’articolo.

Da ultimo mi sono permesso di fare un lavoro per me importante, e questa ve la voglio raccontare.

La contabilità economica è fondata sul principio di competenza, questo nato a Palermo nel 1636, sì, a Palermo, dove per la prima volta il conto economico è stato scorporato dallo stato patrimoniale, e si sono inventate le valutazioni di bilancio, i ratei e risconti, le scritture di assestamento, e così via…

Gli “anglo” lo sanno, benissimo, ma non riescono a leggere il Flori, perché è scritto in italiano del 1600, con non pochi sicilianismi.

Ho recentemente ripubblicato in italiano, con un saggio introduttivo, questo classico della nostra letteratura.

Ho pensato che, per farne avere una fruizione internazionale, lo dovessi tradurre in inglese. Conoscendo le “mafie” internazionali, mi trovo un amico e alleato in Scozia. Il collega mi aiuta a tradurre bene in inglese. E’ un nome assai prestigioso.

Traduciamo. Lo proponiamo alla più nota casa editrice. L’editore è entusiasta. Lo passa ai revisori. E lì interviene qualche mafia: “non è di interesse se non per gli italiani”! Il principio di competenza economica ridotto ad una cosa “provinciale”, nostra…. Non ho parole. Adesso ne cercheremo (e troveremo) un’altra, ma comprendete come ci si stanchi. Ma chi me lo fa fare?

Mi sembra come quando ho cominciato a scrivere sulle riviste internazionali. Visto che una rivista australiana aveva parlato del controllo di gestione nelle aziende sanitarie del Queensland, provai a mandare una ricerca analoga sull’introduzione della contabilità economica nelle aziende sanitarie della Regione siciliana. L’editor mi disse che la cosa non era di interesse per un uditorio anglosassone. Lo stesso oggetto, preciso, ma non gli interessava. Sono passati più di 20 anni, ma lo ricordo ancora bene.

E forse hanno ragione. Che gliene importa a loro delle cose che accadono in questa loro remota colonia?

Ma a noi le loro cose devono importare.

Da quest’anno ho deciso di mettermi a tempo definito. Il mercato, da Revisore legale, mi riconosce molto di più di questa burocrazia sovietica intrisa di sudditanza che è diventata l’università. Ma forse è proprio quello che il sistema coloniale vuole da noi: il disimpegno degli intellettuali. Ma io non sono un santo, e ho deciso alla fine di farmi i fatti miei. Anche perché l’impegno, faticoso e ingrato, non è riconosciuto da nessuno.

Ecco, un paese che non ha più una PROPRIA università, ma che deve inseguire e leccare le scarpe a quello che fanno altri, anche assai mediocri, è una colonia, una lurida colonia.

Ora stiamo sostituendo progressivamente persino la lingua italiana nella didattica. Quando si è colonia, lo si deve essere fino in fondo. Spero da spettatore nel crollo dell’Impero, per ora non mi resta altro.

Sull’impegno “politico” magari vi dirò un’altra volta, non vorrei sembrare troppo pessimista. Per oggi basta così.

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