Nascita del Regno di Sicilia sotto la dinastia Altavilla

Ancora più indietro nella nostra storia, questa volta andiamo alla fondazione del Regno, con la dinastia normanna degli Altavilla…

 

Capitolo 1: La Dinastia Altavilla o Normanna

 

  • 1 – La conquista normanna e la Gran Contea di Ruggero I

La prima dinastia a regnare sulla Sicilia è quella che fondò lo stesso Regno di Sicilia: gli Altavilla dalla Normandia.
I Normanni erano un popolo già insediato stabilmente nel nord della Francia, nell’omonima regione (la Normandia), ai primi del X secolo, discendente dai Vichinghi che per un secolo circa avevano infestato le coste della Francia provenendo a loro volta dalla Danimarca e dalla Norvegia, ma ormai cristianizzati e definitivamente integrati nella monarchia francese da generazioni. Erano ora approdati nell’Italia meridionale, nei primi anni soltanto come cavalieri di ventura. Da lì a signori feudali il passo fu abbastanza breve, approfittando del caos politico plurisecolare che vi regnava: terreno di scontro tra Imperatori bizantini da un lato, Sacri Romani Imperatori e Pontefici dall’altro, e in mezzo piccole signorie derivate dallo smembramento del Ducato Longobardo di Benevento, ovvero repubbliche marinare campane progressivamente resesi autonome dall’Impero d’Oriente.

Due furono le famiglie che riuscirono a crearsi uno spazio politico nel Sud Italia.
Una fu quella dei Drengot (la prima), che ottenne dapprima la piccola Contea di Aversa (1029, riconosciuta dal Sacro Romano Impero nel 1038), e poi il più grande Principato di Capua nel 1062, cui poi avrebbero annesso anche il Ducato di Gaeta.

Ma la più fortunata fu quella degli Altavilla, costituita dai figli cadetti di un modestissimo barone del Cotentin, nella lontana Normandia, venuti con al seguito alcune centinaia di cavalieri normanni e, forse, anche brettoni. Gli Altavilla, in particolare Guglielmo Braccio di Ferro, che già si era distinto in Sicilia come mercenario al seguito di Giorgio Maniace, ottennero dapprima la piccola Contea di Melfi (1043), poi eretta a Ducato di Puglia (o di Puglia e Calabria), annettendo ciò che restava del Ducato di Benevento (comprendente Sannio e Molise, ma lasciando la città di Benevento al papa), e strappando, terra dopo terra, Basilicata, Calabria e Puglia ai Bizantini, infine inglobando lo stesso Principato longobardo di Salerno (1077) di cui all’inizio erano stati un feudo. Entrambi gli stati normanni si posero presto sotto l’alta sovranità feudale del papa, ciò che i loro eredi politici (i re di Napoli) avrebbero mantenuto sino alle guerre napoleoniche, ancorché si trattasse di una sudditanza puramente simbolica. Dopo il fondatore della Contea di Puglia, Guglielmo Braccio di Ferro, e in successione i suoi due fratelli Drogone e Umfredo, il primo dei fratelli Altavilla che elevò il titolo a Duca di Puglia e Calabria fu Roberto il Guiscardo, colui che governava su gran parte dell’Italia meridionale all’epoca dello sfaldamento dell’emirato in Sicilia. Quand’ancora questi non aveva cacciato del tutto i Greci dalla Puglia, infeuda la punta estrema della Calabria (quale Conte di Mileto) all’ultimo arrivato, il più giovane dei fratelli Altavilla, Ruggero, detto Bosso (1059), insieme al quale espugna ai bizantini Reggio e Squillace (1060) completando così la conquista di questa regione.

Ruggero, dopo alcuni contatti non decisivi con notabili messinesi cristiani, è chiamato in aiuto dall’emiro di Siracusa, Ibn Thumna, nella sua lotta contro l’emiro di Castrogiovanni Ibn al Hawwâs, suo cognato. Da qui prendono inizio le spedizioni normanne in Sicilia. La prima, nel 1060, non si traduce in una conquista stabile, mentre la seconda, iniziata alla fine di febbraio del 1061, termina con la conquista di Messina, con cui si dà inizio in Sicilia ad una signoria nuova. L’anno precedente il fratello Roberto il Guiscardo era stato investito dal papa, oltre che duca di Puglia e Calabria, anche “duca di Sicilia” per una terra ancora tutta da conquistare. Tale investitura, ad avviso nostro, era del tutto illegittima e del resto sarebbe stata del tutto ignorata dalla storiografia nazionale siciliana nei secoli a venire. I papi, in forza di possedimenti di diritto privato avuti in Sicilia prima dell’esproprio dei beni da parte dell’Imperatore Leone III Isaurico, si dichiararono – non si sa bene su quali basi giuridiche – signori dell’Isola e, erigendola in Ducato, quasi ne stavano facendo una proiezione insulare dell’Italia. Tutta l’Italia, infatti, sia quella franco-longobarda (la “Lombardia”), sia quella bizantina (la “Romània”) era stata politicamente divisa in “Ducati”, sin dalla fine del VI secolo almeno. Ma, nel far questo, dimenticavano che la Sicilia non aveva mai fatto parte giuridicamente dell’Italia, nemmeno sotto i Romani.

Di fatto sulle prime la base giuridica del nuovo Stato di Sicilia, come il diritto pubblico dell’epoca, è piuttosto confusa. Le conquiste sono all’inizio divise tra Ruggero e Roberto, poi, poco a poco, per diritto di conquista, Ruggero diventa il Signore dell’Isola, riconoscendo appena un’alta autorità feudale al fratello Roberto, e più nulla dopo la morte di questo. Ma è bene andare con ordine, seguendo le fasi principali di quella guerra, durata circa un trentennio, da cui sarebbe nato lo Stato siciliano moderno.

Dopo la conquista di Messina (1061) i due fratelli, Roberto e Ruggero, si lanciano in una felice campagna nel Val Demone, a stragrande maggioranza abitato da popolazione cristiano-ortodossa, accolti dappertutto come liberatori. I due fratelli attaccano la signoria ennese di Ibn al Hawwâs da nord, mentre questa combatte a sud contro le truppe di Ibn Thumna, alleate dei Normanni, e attaccano anche da est la repubblica islamica di Palermo, alleata di Castrogiovanni. Finita la campagna del primo anno, Roberto lascia Ruggero governare per suo conto le nuove incerte conquiste e ritorna nel Ducato di Puglia a riprendere la guerra contro i Greci. Ruggero chiama dalla Normandia e sposa un suo amore giovanile, Giuditta d’Evreux, che diventa la prima sovrana consorte della moderna Sicilia, e per questo torna temporaneamente in Calabria. Nel frattempo i due fratelli in un frangente arrivano addirittura a scontrarsi militarmente fra di loro, giacché Ruggero non poteva trarre sufficienti forze e risorse dalle poche e incerte conquiste siciliane, né poteva bastargli la piccola Contea di Mileto. Ruggero stava sopportando il grosso dell’opera e in più trovava il tempo di aiutare il fratello nella campagna di Puglia contro i bizantini. Roberto assedia Mileto, ma è fatto prigioniero a Geraci, da cui viene liberato per intercessione del fratello. Alla fine i due fratelli si riabbracciarono e si accordarono. La Calabria restava parte del Ducato di Puglia, con Ruggero vassallo di Roberto, ma tutti i castelli e le città di Calabria erano divisi a metà tra i due fratelli, dal Pollino a Reggio, diventando così Ruggero signore di “mezza” Calabria, e potendosi in qualche modo considerare soddisfatto.

Senza l’aiuto del fratello, Ruggero deve affrontare una rivolta dei troinesi, che si alleano con i Saraceni, mal soffrendo la presenza nelle loro case dei soldati normanni. Ne viene faticosamente a capo, fortifica la città, vi pone la sede del governo della parte di Isola già conquistata, la affida alla giovane moglie e torna sul Continente a prendere rinforzi.

Le diverse spedizioni dei Normanni sono all’inizio più spesso di saccheggio che di conquista. In una spedizione al fianco dei Normanni nella Sicilia occidentale, ad Entella, Ibn Thumna è attirato in un agguato e ucciso, considerato come traditore dagli Arabi di Sicilia. A questo emiro siciliano, alla fin fine, stava toccando esattamente la stessa sorte che qualche secolo prima era toccata ad Eufemio, anche lui “colpevole” di aver richiesto aiuto all’esterno, chiamando i nuovi invasori. I suoi successori in Val di Noto, tuttavia, restano per qualche anno in buoni rapporti con i Normanni. Gli Arabi di Sicilia (ma non gli alleati dei Normanni del Val di Noto) chiamano in aiuto gli Ziriti d’Africa che intervengono con un poderoso esercito. Ma questi sono sconfitti nella decisiva battaglia di Cerami (1063), mentre – approfittando del caos e del declino della Sicilia musulmana – i Pisani forzano il porto di Palermo, saccheggiando la capitale e dimostrando che ormai la flotta arabo-sicula era soltanto l’ombra della potenza che era stata fino a poco tempo prima.

Dopo di che, nonostante un breve ritorno di Roberto in Sicilia (1064), la guerra entra in una fase di stallo per alcuni anni, durante i quali tra l’altro muore anche l’emiro Ibn Hawwâs di Castrogiovanni (Enna). Durante questa fase Ruggero prende e fortifica Petralia (1066). Piace ricordare, anche se estraneo alla nostra storia, che proprio durante questa epica conquista della Sicilia, nello stesso anno altri normanni, ad Hastings, guidati da Guglielmo I “il Conquistatore” aprivano un’altra storia, quella del Regno d’Inghilterra, che avrebbe segnato per sempre la storia europea.

Sarà Ruggero a sbloccare la situazione ancora una volta, sconfiggendo gli Arabi di Palermo a Misilmeri (1068), costringendoli a rinchiudersi nella loro città, mentre il fratello Roberto era ancora impegnato in Puglia. Qui, nel 1071, con la caduta di Bari, questi avrebbe finalmente scacciato per sempre l’Impero Romano d’Oriente. In questa conquista Ruggero ebbe un ruolo importante, accorrendo dalla Sicilia in aiuto del fratello con una flotta che sconfisse i bizantini: era la prima volta che i Normanni, popolo abituato a combattere per terra, si cimentavano in acqua. Ma la flottiglia di cui disponeva Ruggero era in realtà messinese, e in genere siciliana, di quei greci siciliani che non erano meno esperti in mare dei loro antichi signori bizantini. Subito dopo la conquista di Bari Ruggero si precipita in Sicilia per prendere Catania, e, dopo questa, volge finalmente le sue forze contro la capitale.

Dopo un lungo assedio, terrestre e navale, in cui i cavalieri normanni mostrano tutto il loro valore, e in cui interviene nel frattempo anche Roberto il Guiscardo, i Normanni entrano a Palermo nei primi giorni del 1072, poco dopo prendendo anche Mazara che da sempre era strettamente legata politicamente alla capitale. Sempre con l’aiuto della città di Messina, a Palermo ancora una volta i Normanni si cimentano in una battaglia navale. La presa di Palermo vede accrescere la potenza della flotta normanna, con ciò che restava della flotta arabo-sicula. A Palermo, ancora, è trovato l’unico vescovo cristiano (di rito greco) semiclandestino, Nicodemo che, liberato, è riconosciuto arcivescovo di Palermo e celebra solennemente messa nella cattedrale, riconvertita immediatamente da moschea al culto cristiano. Ruggero, con grande intelligenza, è cosciente di aver preso una metropoli in gran parte musulmana, e usa grande tolleranza con i vinti, lasciando loro libertà di culto, come pure agli ebrei, facendo dei primi uno strumento di controllo dello Stato alternativo ai feudatari, e fonte di centralità del potere statuale.

La presa di Palermo è occasione per dare ordine ad una dominazione che sino ad allora era stata solo di fatto, in pratica nient’altro che un’occupazione. Roberto, Duca di Puglia, non prende il promesso titolo di Duca di Sicilia, per il quale era stato investito, ma si accontenta di essere signore delle maggiori e più grandi conquiste: il Val Demone (almeno la parte settentrionale al di là dei Nebrodi, in pratica l’attuale provincia di Messina all’incirca), e la città di Palermo, lasciando invece Ruggero altrettanto “signore” delle terre di confine conquistate al di là di queste terre, da Catania a Mazara, sotto un’alta autorità feudale del fratello (in pratica con l’obbligo di soccorrerlo in caso di guerra, e nient’altro). La città di Palermo è affidata, secondo tradizione araba, a un “emiro”, che è ora soltanto il governatore della città e della sua flotta cittadina, ma questi non è più scelto tra i musulmani, bensì tra i greco-siculi appena liberati.

Ruggero si trova quindi signore praticamente assoluto di un dominio alquanto strano, un po’ frastagliato, insicuro, parte in Sicilia e parte in Calabria, senza un titolo preciso, che non fosse il suo diritto di conquista. Qualche volta chiamato in Puglia a dare una mano al fratello contro i riottosi feudatari o per qualche schermaglia di confine con il Principato di Capua, stato normanno “fratello”, per lo più Ruggero si dedicò alla Sicilia senza fasi coinvolgere più di tanto nelle vicende del Continente, lacerato in quegli anni dalla Lotta per le Investiture tra Papato e Impero.

Le terre conquistate sono affidate ai conti, e sotto di questi ai baroni, e infine ai militi, gettando le basi della feudalità siciliana. Ruggero, un po’ per distinguersi da questi, non potendo essere “duca” come il fratello, si fa chiamare “Gran Conte” di Sicilia e di Calabria, con un profilo istituzionale ancora assai incerto.

Nei primi anni i suoi progressi sono lenti ma continui. Fissa la sua sede siciliana a Troina, in un luogo baricentrico rispetto ai suoi possedimenti (mentre Mileto resta la capitale dei possedimenti calabresi). Si risveglia a questo punto contro i Normanni il Val di Noto, ora guidato da un valente condottiero arabo-siculo, di cui si ignora il vero nome arabo, passato alla storia nelle cronache cristiane con il nome di Benavert.

Nel 1076 muore Giuditta, la moglie della gioventù, che lo aveva accompagnato a Troina e nel difficile cammino dei primi anni. Se ne andava senza aver dato a Ruggero l’erede maschio che questi desiderava.

L’anno dopo Ruggero sposa Eremburga di Mortain, dalla quale non avrebbe avuto neanche discendenza maschile, allora indispensabile per consolidare la dinastia. Al momento l’unico figlio, compagno di tante avventure militari, è solo il figlio naturale Giordano, carattere ribelle, talvolta anche nei confronti del padre, come nel 1082, quando fu però perdonato. Nel frattempo sono prese Trapani e Castronovo. L’anno dopo (1078) è la volta di Taormina.

Il nuovo stato dà risorse finanziarie fresche a Ruggero che può così comprare (1081) dal fratello il Val Demone settentrionale e Messina, lasciandogli solo la città di Palermo. Roberto, da parte sua, aveva bisogno di risorse per finanziare la campagna in oriente contro l’Impero bizantino. Per qualche tempo il fiero Benavert riprende Catania ai Normanni. Ruggero fissa ora stabilmente la propria capitale a Messina, la più grande città del suo dominio. Durante la campagna nei Balcani (1085), muore Roberto il Guiscardo, lasciando come erede il debole figlio Ruggero Borsa, il quale chiede aiuto allo zio per insediarsi sul trono. L’aiuto di Ruggero I di Sicilia è decisivo, ma in cambio chiede la restante parte della Calabria che aveva lasciato al fratello. Ora in Calabria, per la sola Calabria, Ruggero è nominalmente vassallo del nipote, ma in pratica è un sovrano accentratore molto più potente di lui. Proprio in questo frangente la flotta di Benavert assalta la Calabria, a Nicotera e Reggio.

Ruggero si volge quindi verso Siracusa, dove si ha una epica battaglia tra la flotta siculo-normanna e quella siculo-araba, con la vittoria della prima. Dopo un assedio, Siracusa apre ai cristiani. Benavert si rifugia a Noto.

Quando cade Girgenti (1087), a una a una tutte le residue città del Val di Mazara si arrendono rapidamente. Anche Castrogiovanni pacificamente si consegna ai vincitori. Ruggero, nuovamente vedovo, si sposa con la giovanissima Adelasia del Vasto. Con la caduta di Butera (1089) e la resa di Noto (1091), già morto Benavert, tutta la Sicilia è finalmente riconquistata al Cristianesimo.

Ruggero I, con la sua flotta, completa quindi l’opera, occupando Malta, ormai completamente islamizzata, lasciandola però con un governo semi-autonomo. Sarebbe stato soltanto Ruggero II a integrarla più strettamente con la Sicilia, cristianizzandola e trasformandola in Contea. Dopo di che non va oltre, mantenendo una tregua con gli Ziriti di Tunisia, peraltro nel reciproco interesse, visti gli intensi rapporti economici tra l’Africa e la Sicilia, anche per consolidare il confine meridionale del suo dominio.

Gli ultimi anni di Ruggero servono ora per dare sistemazione al nuovo Stato che deve a lui la propria esistenza. Approfittando di un’altra debolezza e di richiesta di aiuto del Duca di Puglia, si fa consegnare una metà della città di Palermo, forse il Cassaro (1093), essendo allora la città di Palermo costituita da due centri fortificati non ancora ben fusi tra loro: il vecchio Cassaro, cittadella punico-romano-bizantina, e la nuova Kalsa, separati tra loro da un ampio estuario-golfo, oggi interrato e costituente l’attuale Piazza Marina. Per governarla nomina emiro il greco-siculo Eugenio, già suo segretario. Negli atti pubblici già la parola emiro è storpiata in “amiratus”, da cui poi sarebbe nato il moderno termine di ammiraglio, giacché Eugenio, oltre a governare la piazza di Palermo, ne continuò a gestire la flotta e a fare il segretario di Ruggero. In questo stesso anno muore il figlio Giordano, compagno delle migliori avventure militari del padre, quasi segno tangibile e drammatico che l’era “eroica” era terminata e cominciava quella prosaica della costruzione del nuovo regno.

Dovendo regolare una questione amministrativa, Ruggero convoca a Mazara, nel 1097, il primo Colloquio generale, o Assise, antenato di quello che sarebbe diventato nel tempo il Parlamento di Sicilia. In realtà era solo un’assemblea generale di conti e prelati di tutta la Sicilia, una sorta di curia comitale allargata, per gestire meglio il consenso sulle più ampie decisioni. I Normanni, e prima di loro i Vichinghi e i Germani, avevano sempre condiviso in assemblee con i loro capi o re le decisioni più importanti. Quell’assemblea, per ora soltanto di natura feudale, sarebbe stata però il primo barlume di quella “rappresentanza della Nazione” che avrebbe giustamente reso celebre nei secoli la Sicilia come la nazione cui si deve la nascita dell’istituzione parlamentare.

A coronamento dell’opera di conquista il papa Urbano II riconosce a Ruggero I l’apostolica legazìa (1098): tranne che per le verità di fede, tutto il resto in Sicilia, per quanto riguardava l’organizzazione ecclesiastica e la giustizia canonica, sarebbe stato di competenza del gran conte di Sicilia e, dopo di lui, dei re di Sicilia. Di fatto, del resto, Ruggero aveva già dato mano alla ricostituzione organica della Chiesa di Sicilia: aveva trovato solo un vescovo, a Palermo, e vi aveva aggiunto quelli di Messina, Catania, Siracusa, Girgenti e Mazara. In quegli stessi anni (1096-99) si svolgeva la I Crociata, alla quale la Sicilia non prese parte: per la famiglia Altavilla, del resto, stava partecipando Boemondo, Principe di Taranto, che avrebbe costituito in Oriente il longevo “Principato di Antiochia”; ma del resto Ruggero, con la liberazione della Sicilia, aveva fatto la sua di crociata, certamente efficace e con effetti ben più duraturi dell’avventura franca d’Oriente.

Ruggero (I) costruisce così dal nulla uno Stato, di cui per ora è incerto anche il titolo. Come abbiamo accennato, non poteva assumere il titolo di duca (per non scavalcare il fratello, ma anche perché la Sicilia storicamente non poteva essere un vero ducato) e non volendosi confondere con i conti con i quali divideva le conquiste, assume dapprima il titolo di “Gran Conte” di Sicilia, poi sostituito con quello di “Console”, quasi da magistrato repubblicano, comportandosi però come sovrano assoluto. Trova una popolazione indigena in gran parte cristiana ortodossa, romanza o greca di lingua, che integra felicemente con quella cattolica di nuova immissione (con lui migliaia di italiani, anche del Nord Italia, vengono a colonizzare la Sicilia).

Ruggero I non caccia i musulmani e gli ebrei trovati in Sicilia anche se una gran parte della popolazione araba o arabizzata fuggì al primo impeto della conquista normanna, ma li integra in uno stato cosmopolita. L’elemento latino, arricchito dai nuovi innesti italiani e francesi, si rafforza, e con il tempo sarebbe stato destinato a soppiantare tutti gli altri, ma si tratta di un processo molto lento, che impiega diverse generazioni e dal quale sarebbe nata la lingua siciliana moderna come la conosciamo oggi. Ai tempi le etnie “lombarda”, “greca”, “araba”, “franca”, restavano ancora quasi accostate l’un l’altra.

I Normanni introducono in Sicilia un sistema di governo feudale, quando mai la Sicilia aveva conosciuto tale “diritto”, arrivato quindi qua bello e fatto, nella sua maturità, mentre altrove era già entrato in crisi. Ma, proprio perché di nuova istituzione, la feudalità siciliana (e calabrese) non costituiva al momento alcuna minaccia per il potere centrale, saldamente nelle mani del Gran Conte. Per il resto la macchina del nuovo stato combinava empiricamente le tradizioni antiche greco-romane trovate in loco, l’esperienza amministrativa araba dell’emirato (il diwan, ufficio finanziario diventato dohana), l’ossatura ideologica e burocratica del monachesimo benedettino, di diretta importazione francese. Le comunità “indigene”, del resto, come quelle immigrate dall’Italia, continuarono a seguire i loro usi, tutti più o meno di derivazione romanistica.

Nel tempo, accanto all’amministrazione feudale, sarebbe lentamente nata anche quella municipale, tanto nelle città del sovrano, quanto in quelle infeudate, le cd. “università”, costituite in genere da un consiglio civico di “borgesi” e dai delegati dell’amministrazione centrale, i “vice-comiti”, cioè i “rappresentanti nel territorio del Gran Conte”, poi chiamati “bajuli” da Ruggero II, col tempo affiancati da un esecutivo di “giurati”. L’amministrazione della giustizia penale nel territorio fu affidata a magistrati di derivazione bizantina, i cosiddetti “stratigoti”. Il conio delle monete adatta quello islamico, di cui mantiene le iscrizioni per molto tempo, dando però così inizio al sistema monetario siciliano moderno. Il quarto di dinar arabo diventa così il “Tarì”, erede del ruba’i saraceno, di circa 1 grammo d’oro, al quale si affiancano le monete di argento misto ad altri metalli, le “kharrube”. Per le monete divisionali si riprende con la monetazione bizantina, di rame, chiamate “follari”.

  • 2 – La reggenza di Adelasia e la Gran Contea sotto Ruggero II

Il regime di Ruggero I, però, era più un regime di fatto che di diritto. Si deve al figlio Ruggero II la vera Costituzione del Regno. Morto Ruggero I, nel 1101, segue la reggenza di Adelasia, per conto dapprima del figlio Simone, poi – morto questo prematuramente (1105) – dello stesso Ruggero II. Merito di Adelasia è quello di non aver fatto prevalere la feudalità durante una reggenza femminile, e quindi di aver retto con mano ferma il nuovo Stato negli anni in cui ce n’era più bisogno, impedendo anche infiltrazioni dalla Puglia a danno dei domini calabresi. Dopo le oscillazioni di Ruggero I, con Adelaide la corte fissa stabilmente a Palermo la propria sede, ma forse già Ruggero aveva preso a risiedere a Palermo dall’acquisto della prima metà della città nel 1093. Entrambe le città, Palermo e Messina, comunque, mantennero la zecca, il palazzo regio, e quindi restò una po’ di incertezza su quale fosse veramente la capitale dell’Isola. Ad Adelasia (1109) si deve tra l’altro il primo documento pubblico su carta dell’intera Europa. Sul finire della sua reggenza troviamo già definita la principale carica dello Stato, l’ammiraglio, allora il greco-siculo Cristoforo, già succeduto a Eugenio. Cristoforo non è più quindi soltanto un magistrato municipale, ma una sorta di “primo ministro”; l’amministrazione municipale di Palermo sarà delegata a un vice-comite o bajulo come in tutte le altre città regie, a metà tra il castellano e il sindaco. Seguirà a questo primo “grande ammiraglio”, forse già dal 1119, un certo Cristodulo e, infine, il grande Giorgio d’Antiochia, dal 1132, con il titolo pomposo di “ammiraglio degli ammiragli e arconte degli arconti”. A questi sarebbe seguito, sul finire della monarchia di Ruggero II, Majone di Bari, che sotto Guglielmo I sarebbe stato potente quasi quanto il re. Dopo di lui la funzione di “Grande Ammiraglio” decadde al significato odierno di semplice comandante della flotta, e con questo significato sarebbe passata poi in tutte le lingue europee moderne.

Ruggero II, uscito di tutela dopo un’Assise (il “proto-parlamento” di nobili e prelati, questa volta congiunto tra Sicilia e Calabria) tenuta insieme alla madre a Messina (1113), dedica i primi anni del suo governo ad una puntigliosa revisione amministrativa e contabile dei diritti della Corona, con il risultato di ottenere una delle più forti e accentrate monarchie del suo tempo. Trascrisse nei registri feudali tutti i privilegi concessi da Ruggero I, ad evitare che i baroni se ne usurpassero altri: elenchi dei feudi con i loro confini, pesi e servizi legati al feudo, elenchi nominativi dei villani annessi al feudo. Stipula un’alleanza commerciale coi Genovesi, destinata a durare almeno per tutta l’epoca della dinastia normanna, concedendo loro una casa commerciale a Messina (1117). Sposa Elvira di Castiglia. Riporta ordine nella Calabria settentrionale, disturbata dal contagio dei disordini del vicino ducato di Puglia (1121) in preda a un eterno caos feudale.

Tentò pure una politica in Oriente, facendo sposare la madre in seconde nozze con re Baldovino di Gerusalemme. Ma l’esito di questo passo fu disastroso. Baldovino usò la ricca dote di Adelasia inviata da Ruggero per pagare i debiti verso le truppe, però si scoprì che era già sposato con altra moglie ripudiata. Adelasia ottenne l’annullamento del matrimonio e tornò in Sicilia praticamente spogliata di ogni avere, dove introdusse i religiosi Carmelitani conosciuti in Palestina e si ritirò in convento dove poco dopo morì. Ruggero non poté vendicare l’offesa subita, vista la distanza, ma i rapporti con gli stati crociati si interruppero del tutto.

Un assalto navale degli Almoravidi in Calabria determina la reazione di Ruggero, che già da alcuni anni esercitava pressione politica ed economica sulla costa africana, intervenendo nei fatti politici locali. Nel 1123 è stabilmente presa Pantelleria, fino ad allora lasciata agli Arabi.

Dopo di che, una spedizione in Calabria e Puglia frutta a Ruggero la rinuncia da parte del cugino duca di Puglia all’altra metà di Palermo e all’alta sovranità feudale sulla Calabria. Quella sulla Sicilia era letteralmente svanita già alla morte del Guiscardo. Ruggero II ottiene anche il diritto di successione alla Puglia in caso di estinzione della linea degli eredi del Guiscardo. Ciò che puntualmente avviene nel 1127.

Dopo un primo riconoscimento da parte dei feudatari a Salerno, in cui sembra un sovrano debole come i suoi predecessori, avrebbe vinto le resistenze del papa e dei nuovi sudditi e, nel giro di un paio d’anni, avrebbe reso effettivo questo nuovo dominio. Palermo diventava ora di fatto la capitale di una delle principali potenze dell’epoca.

Come primo atto, infatti, Ruggero, convoca a Salerno (1129) i maggiorenti del Ducato di Puglia, ai quali fa votare l’approvazione della trasformazione della Sicilia da Gran Contea a Regno e l’assoggettamento del Ducato di Puglia, come stato dipendente, alla Sicilia.

  • 3 – Ruggero II e la fondazione del Regno di Sicilia

Fatto questo passaggio, convoca infine a Palermo un Parlamento straordinario per le Gran Contee di Sicilia e Calabria, al quale non invita solo conti e prelati, come aveva già fatto suo padre, o anche sua madre nella reggenza, ma anche “uomini notabili” delle città. Vuole un’investitura la più ampia possibile. Il Parlamento di Sicilia ora non è più solo un “consiglio del principe”, una “curia allargata” come era stata sempre in passato, da tradizione normanna, ma diventa una vera “rappresentanza della Nazione”. Da allora in poi l’investitura dei Re di Sicilia, in mancanza di eredi diretti, sarebbe stata sempre considerata competenza del Parlamento, a sua volta unico legittimo rappresentante del Popolo di Sicilia.

Nel 1130, quindi, non nasce solo il Regno di Sicilia, per elevazione a tale corona della precedente Gran Contea e assorbimento di quella calabrese (il Ducato di Puglia ne viene dichiarato parte integrante come abbiamo visto, mantenendo però titolo separato, e, con pari formula, con l’occasione viene rivendicato anche il Principato di Capua dei Drengot, costretti a riconoscere almeno l’alta signoria feudale di Ruggero per poter sopravvivere); nel 1130 nasce anche, pur nella sua forma primordiale, il Parlamento in senso moderno, primato unico in Europa, laddove qualcosa del genere era presente ancora solo in formazioni politiche non del tutto sovrane, come l’Alting dell’Islanda. Il Regno di Sicilia nasce sin da subito come Regno parlamentare e, come vedremo, morirà proprio alla soppressione del suo Parlamento.

Per avere una maggiore legittimazione Ruggero II si fa investire dall’antipapa Anacleto II, essendo impossibile avere in quel momento un’investitura papale e le motivazioni addotte in Parlamento, e riportate dagli storici, fanno riferimento inequivoco al Regno di Sicilia dell’Antichità, inglobato nell’Impero Romano e ora finalmente risorto a nuova vita, e che già probabilmente aveva giustificato l’elevazione da emirato a regno durante la signoria dei Kalbiti. Nell’ideologia ruggeriana, quindi, non “nasceva” il Regno di Sicilia, ma semplicemente veniva “restaurato”.

Ruggero II, nel tempo, da Capo della Chiesa Cattolica siciliana, avrebbe definito la mappa delle diocesi di Sicilia, aggiungendo a quelle create dal padre quella di Cefalù, dove eresse il celeberrimo duomo, e quella di Lipari, oltre all’Archimandridato di Messina per la Chiesa greco-cattolica. La geografia ecclesiastica della Sicilia di Ruggero, se si eccettuano piccoli emendamenti (l’arcidiocesi di Monreale creata da Guglielmo il Buono, e alcune aggiunte in età moderna e contemporanea, specie se capoluoghi di provincia o di distretto,  come Piazza o Trapani, o il caso sui generisdell’eparchia albanese), è sostanzialmente quella arrivata ancora all’epoca odierna.

Il resto della monarchia di Ruggero II è solo una serie di successi interni ed esterni.
1131: Sottomissione della Repubblica marinara di Amalfi.

1132-39: Guerre contro i baroni del Sud e contro il papa Innocenzo II, che chiama in aiuto anche l’Imperatore contro i Siciliani. Tra i baroni del Sud il principale nemico è il Conte di Avellino, Rainulfo di Alife, che pure aveva sposato Matilda, sorella di Ruggero. Rainulfo è quasi il simbolo della feudalità anarchica del Sud Italia: notevoli gli episodi della fuga della moglie e del figlio, protetti da Ruggero, e della profanazione del suo cadavere, contro il parere di Ruggero “junior”, figlio di Ruggero II, questo ben più vendicativo del figlio.

1134: Presa di Gerba, e delle isole Kerkennah, il Regno di Mahdìa diventa un protettorato siciliano.

Nel 1135 muore Elvira, prima regina consorte di Sicilia.

Nel 1139 è vittoria in Italia meridionale: si impossessa realmente del Principato di Capua, di cui sino ad allora era stato sovrano nominale (già occupato dal 1135), annette il Ducato di Napoli, ultimo stato meridionale ancora indipendente (che già dal 1134, però, si era riconosciuto vassallo del Re di Sicilia), e ottiene il riconoscimento papale (re per la sola Sicilia, restando duca di Puglia e Calabria e principe di Capua, quindi feudatario papale, per la parte continentale) da Innocenzo II. La feudalità meridionale è definitivamente piegata. Il riconoscimento papale allora valeva praticamente quale riconoscimento internazionale. Da allora affida ai suoi figli i due stati meridionali (Ruggero e Anfuso, rispettivamente per la “Puglia” e “Capua”), i quali sfondano a Nord in Abruzzo (dividendolo tra i loro stati in “citra” alla Puglia e “ultra” a Capua), approfittando del collasso definitivo del Ducato longobardo di Spoleto (1140-41). V’è da dire che, nonostante la formale concessione al papa secondo cui la Calabria era parte integrante del Ducato, e quindi feudo papale, non sembra che l’amministrazione di questa fosse nei fatti separata dal Regno di Sicilia propriamente detto, al quale sarebbe restata legata fino a tutta l’epoca sveva.
Nel regno ormai pacificato Ruggero II convoca ad Ariano un Parlamento, il primo della storia in sede ufficialmente legislativa (1140). Questa volta si fa un passo indietro: non sono presenti che conti e prelati, senza i rappresentanti “borghesi” che forse nel 1130 erano stati convocati per la straordinarietà del Parlamento che doveva dare origine e fondamento al Regno di Sicilia. Ma ad Ariano sono stabiliti principi di grande valore politico, quali l’impossibilità dei feudatari di farsi guerra tra di loro, furono posti limiti alla successione e allo sfruttamento dei feudi, quasi riportati alla loro funzione pubblica originaria di concessione sovrana cui erano disabituati da secoli di anarchia.

Sul piano politico continua la pressione verso l’Africa. Dopo una spedizione navale, con un nuovo trattato la Tunisia si mette sotto la protezione della Sicilia (1141) che controlla persino le dogane di Mahdìa.

Non mancano però i dispiaceri a Ruggero, che vede morire il figlio Anfuso, Principe di Capua vicario, sostituito dal più piccolo Guglielmo (nel 1144, il futuro Guglielmo “il Malo”), e poco dopo il figlio Tancredi, Principe di Taranto. Il potente feudo pugliese è quindi accorpato all’amministrazione centrale della Puglia (Salerno) sotto la guida del maggiore figlio Ruggero, il Duca di Puglia vicario.

Non mancano continui tentativi da parte dei papi di destabilizzare il regno, ma l’intervento decisivo di Ruggero nello sconfiggere Arnaldo da Brescia, che aveva tentato di istituire il Comune a Roma, e il reinsediamento del papa nei suoi domini, gli valsero il definitivo riconoscimento e la sicurezza dei confini settentrionali. Assicurato quel confine, Ruggero II riprende l’espansione siciliana verso sud e verso est.

A sud è più fortunato: nel 1146 è presa Tripoli, con la Tripolitania, si assalta quindi il Regno di Mahdìa, la capitale è presa nel 1148. Ruggero è ora anche “Re d’Africa”. Ad est la resistenza greca è invece formidabile. Nel 1147 è presa Corfù, persa dopo una controffensiva bizantina. La guerra fu per terra e per mare. Nel 1150 una spedizione della flotta siciliana arriva fino a lanciare le frecce nel giardino imperiale di Costantinopoli e di ritorno trovarono il modo di liberare Luigi VII di Francia, fatto prigioniero dai Greci di ritorno dalla II Crociata. Ruggero non aveva preso parte a questa avventura, del resto, forse memore del pessimo trattamento riservato dai Crociati alla madre Adelasia, e anche perché nel frattempo stava facendo la sua di crociata, in Nordafrica. Ad ogni modo non si sconfiggono mai del tutto i bizantini, da secoli padroni dei mari, e la Sicilia deve accontentarsi di alcuni avamposti al di là dell’Adriatico e dello Ionio. Le campagne navali vanno avanti, senza grandi risultati, fino al 1152.

Nel 1148 Ruggero perde anche il figlio omonimo Duca di Puglia. Tutta l’Italia meridionale è affidata quindi all’unico figlio legittimo superstite, Guglielmo. Il passaggio appare geopoliticamente importante, perché, scacciato da Capua Roberto Drengot (l’ultimo di quella dinastia normanna, colui che già nel 1130 aveva incoronato Ruggero II come più alto feudatario) che aveva tentato una fugace invasione del suo antico dominio, il Ducato di Puglia e il Principato di Capua, nominalmente ancora feudi distinti, si ritrovano ad avere ora un’amministrazione sempre più unitaria, che sarebbe poi continuata in epoca sveva, e che ancora dopo, in epoca angioina, con l’assorbimento della Calabria, avrebbe costituito a poco a poco quello che sarebbe diventato nel tempo il “Regno di Napoli”. Ma allora questi passaggi erano ancora soltanto in embrione.

Ruggero, rimasto vedovo per tanti anni, dopo una dura depressione successiva alla morte della prima moglie Elvira, durante la quale era rimasto talmente chiuso nel suo palazzo che nel Continente lo davano per morto, si risposa con Sibilla di Borgogna, ma questa muore di parto nel 1150, senza lasciare eredi vivi al re. Nello stesso anno muore anche Giorgio d’Antiochia, il suo validissimo Ammiraglio. Il suo posto viene preso dall’abile, ma forse troppo ambizioso, Majone di Bari. Preoccupato per la successione, o forse consapevole di un male che lo rodeva poco a poco, Ruggero II nel 1151 richiama a Palermo il figlio Guglielmo e lo associa al trono, potendosi ormai fidare ciecamente dei suoi funzionari per il governo del Sud Italia pacificato. Al contempo si risposa nuovamente con Beatrice di Rethel, ma questa non gli darà altri figli che Costanza, la quale vedrà la luce solo qualche mese dopo la sua morte, nel 1154.

Nel frattempo la campagna d’Africa va avanti senza troppi problemi: Tunisi è presa nel 1152, nel 1153 si raggiunge la massima espansione con la presa di Bona, nell’attuale Algeria. Accusato però l’eunuco convertito che aveva guidato la spedizione, Filippo di Mahdìa, di aver aiutato i maggiorenti della città di Bona a mettersi in salvo con i loro averi, questo è condannato per tradimento dalla Magna Curia e messo a morte.

Pago dei suoi successi africani, Ruggero II stipula un trattato con i Fatimidi d’Egitto, il Trattato della Sirte, con il quale si impegna a non varcare l’omonimo golfo e a non invadere la Cirenaica. Poco dopo, non ancora cinquantanovenne, si spegne, nel 1154. Ruggero II aveva ereditato un piccolo stato feudale tra Sicilia e Calabria, e ne aveva fatto la più grande potenza politica del suo tempo, aveva restaurato il diritto e la pace in un’epoca buia, aveva inventato un Regno e lo stesso Parlamento. Con la sua diplomazia e intelligenza politica aveva collezionato un successo dopo l’altro, sia pure in mezzo a continue sventure e lutti domestici.

L’unica cosa che non riuscì mai a Ruggero II fu di farsi riconoscere dai due Imperatori “romani”, che consideravano entrambi ancora la Sicilia nient’altro che una provincia ribelle. Sarà solo il figlio Guglielmo I a farsi riconoscere da quelli d’Oriente, rinunciando però alle ambizioni sui Balcani, e il nipote Guglielmo II, con la pace di Venezia, a farsi riconoscere da quelli d’Occidente, i “Sacri Romani Imperatori”.

Sul piano interno Ruggero II fu il primo dei grandi legislatori siciliani. Costituì una moderna amministrazione giudiziaria e fiscale, e sottopose la feudalità ad un rigido controllo da parte del governo centrale. I bajuli svolgevano nel regno l’amministrazione della giustizia civile, insieme a funzioni fiscali e amministrative di base (col tempo sarebbero diventati una sorta di sindaci), mentre i giustizieri esercitavano la giustizia penale a livello locale (tranne a Messina, dove soltanto sopravvisse uno Stratigoto con un’amministrazione speciale). A un livello superiore stabilì i giustizieri provinciali e i camerari, a capo dell’amministrazione giudiziaria e finanziaria provinciale. Al di sopra di tutto la Magna Curia, consiglio del re, dove trovavano luogo i più importanti uffici. Tutte le più importanti istituzioni del Regno, che pure avrebbero sfidato i secoli, avrebbero trovato nella legislazione di Ruggero II la propria origine. Tra queste, per riduzione progressiva della Curia in sede giudiziaria, si sarebbe nel tempo scorporata la Magna curia civile e criminale o Alta Corte Civile e Criminale, come tribunale di terzo livello nel Regno. La Regia Gran Corte avrebbe operato sino al 1819, travolta infine dalle riforme borboniche delle Due Sicilie. Solo i nobili avevano il privilegio di essere giudicati dal Parlamento in seduta giudiziaria, chiamato per l’occasione “Alta Corte dei Pari”. Tra i provvedimenti di grande civilità giuridica, ricordiamo l’istituzione del giudizio di appello, in tre gradi, e la proibizione della “falsazione del giudizio”, con cui prima gli imputati o i contendenti in giudizio, non soddisfatti da una sentenza, potevano sfidare a duello il giudice. Da ora in poi il giudice, in quanto amministrava la giustizia in nome del re, diventava sacro e inviolabile. A lui è attribuita tradizionalmente l’istituzione delle più grandi magistrature del Regno: oltre al “Grande Ammiraglio”, di cui abbiamo detto, il “Gran Conestabile”, il Gran Cancelliere”, il “Gran Giustiziere”, il “Protonotaro e Logoteta”, il “Gran Camerario” e il “Gran Siniscalco”. Anche se la storiografia contemporanea non è certa che una struttura così ben definita fosse già tutta presente ai tempi di Ruggero. A lui si deve anche l’avvio definitivo del sistema monetario siciliano, nel quale mise ordine: fu introdotta una moneta di conto teorica, l’onza, pari a trenta tarì. Ma il tarì ai tempi di Ruggero era aureo e quindi il valore dell’onza era così elevato che essa non veniva coniata. Questa moneta di conto sarebbe però arrivata al 1861. Introduce pure il grano, come sottomultiplo, allora pari a 1/18 (col tempo sarebbe diventato pari a un 1/20) di tarì, pari a 4 follari di rame (moneta che invece col tempo sarebbe scomparsa). Il “ducale” d’Argento, invece, e le sue frazioni, probabilmente erano la moneta coniata per il “Ducato di Puglia”. La sua corte era ritrovo politico e culturale di primissimo ordine. Mai più, forse, la Sicilia avrebbe avuto uno statista tanto grande.

  • 4 – Guglielmo I “Il Malo”

I suoi successori, il figlio Guglielmo I (1154-1166) e il nipote Guglielmo II (1166-1189), non dispersero del tutto questo patrimonio, ma non ne furono certo all’altezza. Guglielmo I perse i possedimenti africani, portando avanti di poco e in maniera non duratura i confini settentrionali in Italia. Il suo regno fu caratterizzato da continue congiure, rivolte e ribellioni baronali; primo germe, questo, ancorché ancora domato, di un’anarchia baronale che tanto avrebbe nociuto ai destini futuri del Regno. A parte la minore statura e l’impopolarità del sovrano, Gugliemo era isolato a livello internazionale: papa Adriano IV aveva mal digerito il riconoscimento della nuova monarchia, i due imperatori Federico Barbarossa e Manuele I Comneno congiuravano per riprendere la “provincia ribelle”. Durante la prima e più terribile rivolta, nel 1156, Bari viene rasa al suolo dal ferocissimo re e poco mancò che non toccasse la stessa sorte a Salerno, mentre il papa è costretto a riconfermare tanto l’Apostolica Legazìa, quanto l’investitura dei feudi continentali di Puglia e Capua. I confini abruzzesi con lo Stato della Chiesa dovevano essere all’epoca ancora piuttosto fluidi, se è vero che già con Ruggero II in un episodio era stata punita la ribellione di Rieti, che in epoca successiva sarebbe stata papalina, e che, nella pace fatta con il papa, Guglielmo fosse investito da questi anche della “Marca”, oltre che della Puglia, ovvero probabilmente di quelle che oggi sono le Marche meridionali (Ascoli e dintorni).

Nel 1158 i bizantini sono sconfitti e si arriva ad una tregua triennale. Di fatto l’Impero d’Oriente riconosce finalmente il Regno di Sicilia, rinunciando alla sua riconquista. Ma la Sicilia deve al contempo rinunciare alla politica di Ruggero di espansione al di là del Mar Ionio.

Al 1159 il Regno siciliano di Africa però non esiste più, anche per gli errori e il disinteresse di Majone di Bari, Grande Ammiraglio sin dall’inizio del regno di Guglielmo. Tra le rivolte e congiure, la più famosa (1160) è quella che vide l’uccisione proprio del Grande Ammiraglio Majone, braccio destro del re, ad opera di Matteo Bonello.

 Dopo l’uccisione di Majone (1160) la carica più importante del Regno divenne quella di Gran Cancelliere (già esistente dai tempi di Ruggero II), il cui primo esponente fu il gaito (dall’arabo kaid, signore) Pietro, un eunuco convertito. Protetto dalla popolarità conquistata al Bonello è concesso di tornare al suo castello di Caccamo, ma la resa dei conti con re Guglielmo è solo rinviata.

Nel 1161 una nuova congiura di baroni a Palermo, guidata da Matteo Bonello portò alla morte dell’erede al trono, il piccolo Ruggero, e vide la distruzione degli archivi feudali su cui si basava il fisco regio. È notevole che nei disordini i musulmani, che godevano di un certo favore della corona, già molto assottigliati dai tempi della conquista, venivano fatto oggetto di veri pogrom da parte dei cristiani, segno che ormai la loro sopravvivenza era sempre più collegata al favore regio. Ad ogni modo il popolo di Palermo, venuto in soccorso di Guglielmo, fa però fallire la congiura. Il Bonello, soffocata la rivolta, fu (1162) arrestato, accecato, orrendamente mutilato, e gettato a marcire in prigione, nella quale morì poco dopo. A torto o a ragione Matteo Bonello fu tramandato alla storia come un eroe popolare contro la tirannide regia, al punto che, secondo la tradizione, è l’elsa della spada con cui trafisse il corrotto Majone di Bari, quella che ancora resta inchiodata sul portone dell’Arcivescovado di Palermo, nella via che tutt’oggi porta il suo nome. Sedata la rivolta a Palermo i rivoltosi furono schiacciati nelle loro roccaforti di Butera e Piazza Armerina.

I disordini in Sicilia avevano di nuovo destabilizzato il potere nelle province continentali, alla cui normalizzazione Guglielmo si dedicò subito dopo essere venuto a capo della rivolta del Bonello.

Guglielmo I, detto il Malo, domò tutte le sedizioni, ma molto spesso prevalse sugli oppositori non rispettando le sagge leggi del padre, e reprimendo, accecando e torturando gli avversari, spesso sulla base di semplici sospetti. Mentre era intento a far costruire la villa residenziale della Zisa, in un regno ormai pacificato, muore nel 1166.  Pare che le uniche a piangerlo sinceramente siano state le donne saracene con le quali usava passare gran parte del suo tempo. A lui è da riportare, non certa, una testimonianza dell’introduzione di una sorta di “corso forzoso” monetario, in un momento di penuria di metalli pregiati, attraverso le monete corionali, cioè di cuoio, una sorta di antenate delle moderne banconote.

  • 5 – Guglielmo II “Il Buono”

Tra i due Guglielmi, durante la minore età del secondo, registriamo la debole reggenza della madre Margherita di Navarra. Sin dall’inizio la Corte è travagliata da intrighi e congiure, sebbene la reggenza avesse esordito con una vera pacificazione nazionale: amnistia, esenzione da alcune tasse particolarmente gravose, revoca degli esili e delle confische. Durante questi torbidi fugge in Marocco il gaito Pietro, e per alcuni anni il potere ricade nelle mani del vescovo eletto di Siracusa e del notaio Matteo d’Aiello, i quali riescono prudentemente a sventare i tanti complotti orditi soprattutto da un clero ambizioso e corrotto. A questi seguì presto (1167) Stefano di Perche, congiunto della regina, fatto arcivescovo di Palermo e Gran Cancelliere del Regno. Seguono ancora diverse congiure e disordini, che costringono per qualche tempo la corte a trasferirsi a Messina. In questi torbidi ha un ruolo importante tale Enrico (o Rodrigo) di Navarra, fratellastro della regina; Stefano è costretto a lasciare la Sicilia nel 1168, sostituito dall’arcivescovo di Palermo, Gualtiero Offamilio, mentre viene fatto Gran Cancelliere, ma in posizione subalterna, il notaio Matteo d’Aiello, già funzionario della corte dai tempi dell’ammiraglio Majone. Poco dopo Stefano di Perche muore.

Guglielmo II uscì di tutela nel 1171 e restaurò saggiamente l’autorità centrale, ma al prezzo di dover rilassare un po’ i diritti della Corona rispetto a quanto avevano potuto disporre suo padre e suo nonno. Affidò il governo al potente cardinale di Palermo, Gualtiero Offamilio, e al cancelliere Matteo d’Aiello, ma lo esercitò anche personalmente. Ebbe straordinaria popolarità, passando alla storia con il soprannome di “il Buono”. E di fatto il Regno all’interno fu contraddistinto da uno straordinario periodo di concordia sociale: la giustizia e il fisco funzionavano regolarmente, non ci furono sollevazioni baronali, l’autorità regia era rispettata ovunque. Religiosissimo, a lui si deve tra l’altro la costruzione della Cattedrale di Monreale. Mantenne e rispettò nei fatti gli ordinamenti disposti dal nonno Ruggero II, soltanto – per eccessiva debolezza nei confronti della Chiesa – sottrasse gli ecclesiastici alla giustizia comune e ammise per loro il privilegio di un foro speciale. I suoi tempi sarebbero in ogni caso rimasti leggendari per i secoli a venire, come un tempo di legalità, pace e prosperità.

In politica estera scelse un pacifismo del tutto neutrale con le potenze e gli stati di area cattolica, non ingerendosi nei fatti d’Italia, papato e Impero. Forse eccessivo, secondo alcuni storici, in quanto non avrebbe saputo tutelare adeguatamente gli interessi siciliani. Diversamente invece si regolò con l’oriente, dove prese un po’ troppo sul serio la missione delle Crociate, e dove organizzò, senza una precisa strategia, tutta una serie di spedizioni navali, tanto costose per il Regno, quanto in ultimo povere di risultati. Tra queste ricordiamo almeno la spedizione su Alessandria d’Egitto (1174).

Nel 1177, dopo varie trattative, sposò Giovanna d’Inghilterra, ma il matrimonio rimase infecondo, certamente per una sua sterilità (Giovanna Plantageneto da successivo matrimonio avrebbe avuto figli), determinando così una crisi dinastica cui sarebbe seguita inevitabile una guerra di successione. Nello stesso anno partecipò alla Pace di Venezia tra la Lega Lombarda e l’Impero, come uno dei grandi stati dell’epoca. I Siciliani nella pace furono essenzialmente spettatori, ma questa valse a Guglielmo II il definitivo riconoscimento da parte dell’Impero d’Occidente del Regno di Sicilia (ciò che sin dall’inizio i sovrani tedeschi non avevano mai accettato), compresi i possedimenti italiani del Ducato di Puglia e del Principato di Capua come feudi papali.

Sul fronte meridionale, comprendendo la presenza di reciproci interessi commerciali tra Maghrebini e Siciliani, dopo alcune azioni dimostrative, stipulò una tregua decennale (1180) con il governo di Mahdìa, a condizioni molto favorevoli per la Sicilia. Approfittando di una usurpazione a Bisanzio, Guglielmo volle intervenire nei Balcani, affidando un’armata al cugino Tancredi di Lecce. Questi occupa Durazzo, poi Tessalonica, ma in prossimità di Costantinopoli i Siciliani sono sconfitti e devono ritirarsi al di qua dello Ionio (1185).

Nel 1186 l’alleanza con l’Impero d’Occidente, fortemente voluta da Gualtiero Offamilio, si conclude con il matrimonio tra Enrico Hohenstaufen, figlio di Federico I Barbarossa, Sacro Romano Imperatore, e Costanza d’Altavilla, figlia postuma di Ruggero II, per l’occasione tratta fuori dal convento cui era stata destinata. Di fronte alla mancanza di figli nella coppia regnante, l’Offamilio pensava così di assicurare una discendenza alla casa reale, mentre il D’Aiello propendeva di più per il partito nazionale, volendo affidare la corona all’illegittimo Tancredi Altavila, conte di Lecce.

Nel frattempo Guglielmo intensifica le spedizioni contro il Levante musulmano, affidandole all’ammiraglio Margarito di Brindisi, che diventerà noto come l’“arcipirata” per il terrore seminato in quei mari. Ma queste spedizioni non fruttano nulla di concreto alla Sicilia (1186-88), tranne forse un effimero controllo delle Isole Ionie se dobbiamo dar contenuto al titolo di Conte di Zante, Cefalonia e Itaca dato all’ammiraglio e qualche testa di ponte sulla penisola balcanica. Questi avamposti sarebbero stati abbandonati poco dopo, durante i disordini seguiti all’estinzione della casa regnante. Nel 1189, infatti, quando si stava apprestando per una nuova grande spedizione verso l’Oriente, Guglielmo II il Buono muore, senza eredi, a soli 36 anni.

  • 6 – La fine degli “Altavilla”

Il Parlamento di Sicilia affidò quindi la Corona a Tancredi di Lecce (1189), anche lui Altavilla, figlio naturale di Ruggero (Duca di Puglia) a sua volta figlio di Ruggero II, e quindi da un ramo illegittimo, mentre il Sacro Romano Imperatore Enrico VI, che aveva sposato Costanza, figlia diretta (e legittima) di Ruggero II, rivendicava parimenti la corona. Per Enrico questo significava continuare la politica di restaurazione di un “vero” Impero Romano, dopo quanto fatto dal Barbarossa, che aveva “riscoperto” il diritto romano e aveva tentato di porsi in posizione sovraordinata rispetto a tutti i sovrani d’occidente. Enrico mirava ora a preparare una spedizione verso Bisanzio, che doveva essere sconfitta per riunire i due tronconi dell’Impero, e in questo il possesso materiale della Sicilia era un passaggio essenziale.

Si apre un periodo di disordini; i musulmani, per reagire a veri e propri pogrom contro di loro da parte della popolazione cristiana, abbandonano le città e si rifugiano nell’interno del Val di Mazara, dove creano delle signorie praticamente indipendenti. A complicare la vicenda, il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, di passaggio per la III Crociata, con il pretesto di riprendere la dote della sorella Giovanna, occupa Messina. Tancredi si rivela buono statista, pacificando i musulmani, e facendoli ritornare, almeno in parte, nelle città, assecondando il re d’Inghilterra, al quale assicura un forte sostegno finanziario e logistico per la spedizione, finché questi non lascia Messina (1191), e dedicandosi infine alla difesa militare del Regno, contro le pretese degli Svevi di Enrico VI.

Tancredi difese con onore i confini settentrionali dalle aggressioni tedesche, almeno finché fu vivo (1189-1194), anche se non si sente parlare più delle conquiste di Guglielmo I in Umbria e Marche meridionali, forse allora perdute per sempre. Un figlio gli premorì (Ruggero III, nel 1193, poco dopo essere stato associato al trono) e forse fu per lui una fortuna, giacché il secondo figlio, anche lui associato al trono (Guglielmo III), dovette assistere impotente alla morte del padre, alla rovina del Regno e a quella sua personale. Pur avendo lui, ancora fanciullo, e la madre, la regina Sibilla, acconsentito all’incoronazione di Enrico di Hohenstaufen (figlio del Barbarossa) e della moglie Costanza, con la promessa di avere restituita in cambio almeno la Contea di Lecce che era stata del padre, fu tradito dal nuovo barbaro re di Sicilia, accecato, evirato, separato dalla madre, spedito in Germania, dove presto trovò la morte.

La dinastia normanna si estingueva, per lo meno nella linea diretta maschile. Il Regno di Sicilia, nonostante la brutale conquista tedesca, sarebbe però sopravvissuto ed avrebbe conosciuto ancora pagine gloriose.

Cronologia politica:

1061-1101 Ruggero I (fino al 1081 associato con Roberto il Guiscardo)

1101-1105 Simone (sotto la reggenza di Adelasia del Vasto)

1101-1154 Ruggero II (sotto reggenza di Adelasia del Vasto fino al 1113, re dal 1130)

1154-1166 Guglielmo I (associato al trono dal 1151)

1166-1189 Guglielmo II (sotto la reggenza di Margherita di Navarra fino al 1171)

1189-1194 Tancredi (con Ruggero III associato nel 1193 e Guglielmo III associato nel 1194)

1194 Guglielmo III

 

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